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Cordoglio e pregiudizio

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Mi immagino il giorno in cui una trasmissione televisiva sarà interrotta per darci una drammatica notizia: 11 bambini afgani sono morti sotto un bombardamento contro il terrorismo. E giuro saprei sopportare persino l’agglutinazione retorica di conduttori in veste di prefiche e inviati che ripetono in televisione ciò che altre televisioni dicono. E’ un giorno che non vedrò perché oggi è già gran cosa che la notizia venga data o che compaia in venti righe sui giornali. Ma invece se ci sono due morti alla maratona di Boston ecco che ci tocca per almeno ventiquattro ore vedere la stessa scena, sentire le stesse cose  e apprendere che una manifestazione sportiva di cui al 90% di noi non frega una minchia è invece un rito di vitale importanza per l’occidente.

Stamattina mi è anche toccato di sentire che la maratona alla quale accorrono gli appassionati della corsa da tutto il mondo, specie “impiegati e operai” (sappiamo che l’ ingiusto salario che sottraggono ai profitti del padrone, viene sperperato anche così), si è mostrata la straordinaria organizzazione delle forze dell’ordine che in “una ventina di minuti sono riuscite a fermare la corsa dopo le esplosioni”. Chapeau, Tutto questo fa parte di una mitologia che sta andando in cancrena. Assieme al chiacchiericcio intorno all’attentato di Al Qaeda o  alla matrice locale che peraltro è quasi sicura.  Di certo anche l’acutissimo Fbi che sbaglia l’80% delle indagini, come ha rivelato un clamoroso report dell’estate scorsa, ha già detto che si tratta “di un atto terroristico”. Diavolo, ma come ci sono arrivati in così poco tempo? A meno che  la frase così ovvia e generica non voglia semplicemente ripescare un clima di paura e di conflitto, di assedio e di vendetta che ai potentati economici piace tanto, perché sposta l’attenzione dalla loro violenza.

Non è che voglia sminuire il dramma, ma insomma una società che in qualche modo fa della violenza un proprio mito fondativo  cosa ci si deve aspettare? La maratona di Boston quest’anno era dedicata alle vittime della strage di Newtown la cittadina del Connecticut in cui, a dicembre, un giovane esaltato uccise 27 persone, fra cui oltre venti scolari, in una scuola elementare. E questo mentre una pattuglia di irriducibili congressisti foraggiato dai soldi dei produttori di armi ( tra cui figura anche la nostra Beretta che ha una fabbrica nel Maryland), fa le barricate contro una legge federale che limiti l’acquisto delle armi. Perché ormai ogni soluzione è vista come soluzione militare. E questa violenza deborda, si estende, si concreta nelle esportazioni di democrazia che nascondono interessi di altro tipo oppure nell’imposizione di modelli di esclusione di per sé violenti. Come quelli che con gli ordigni del mercato fanno strage di welfare e di diritti.

La tragedia è locale, ma l’allarme è globale proprio perché istintivamente non sappiamo sottrarci a questa violenza di fondo, l’abbiamo introiettata e sappiamo che porta ad altra violenza in un modo o nell’altro. Ci tocca proprio nella nostra incapacità di rifiutare la violenza.

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