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L’Aquila: smart city, grande inganno

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nell’ambito della quarta edizione di Smau Business Roma, si è svolta la cerimonia di consegna dei riconoscimenti tributati con il Premio Smart City: e la palma della vittoria è andata al Comune dell’Aquila. Negli stessi giorni è stato siglato il protocollo di intesa tra ENEL Distribuzione e Città dell’Aquila “per la implementazione dell’infrastruttura Smart Grids per L’Aquila ed il suo ruolo nell’abilitazione di tecnologie e servizi per la Smart City”. Il progetto lanciato nel territorio del Comune dell’Aquila si basa su quattro linee di intervento. In primis la “Grids Preparation & Communication Network”, “Funzionalità evolute Smart Grid”. E ancora, “Smart Urban Services”, e infine “Customer awareness”.

Non so a voi, ma a me queste notizie “implementano” una feroce incazzatura.

E figuriamoci ai cittadini senza città dell’Aquila, a quattro anni dal terremoto costato 309 morti, 12.318 confinati nelle C.a.s.e. (Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili) di Berlusconi, 2.700 “residenti” in moduli provvisori, 240 in abitazioni del Fondo Immobiliare, 6.686 “beneficati dal contributo autonoma sistemazione”, 259 alloggiati in varie strutture ricettive, 116 dei quali accampati nella caserma di Coppito, quella che accolse il G8, per la kermesse propagandistica voluta dall’allora premier, per quello show multi mediatico con giochi di prestigio programmati per trasformare l’affare della ricostruzione in malaffare della distruzione, delle speranze e dell’identità di una città, delle sue memorie, delle sue case, delle sue strade, della sua vita.

Al demiurgo di Milano 2, alla sua ideologia che preferisce gli outlet e i centri commerciali alle piazze, che nutre il berciare televisivo per coprire il conversare sulle panchine dei giardini, non si addicono le città e i luoghi della socialità. Così intorno a quel buco nero che era l’Aquila ha tirato su le New Town, le casette prefabbricate, i Map, Moduli abitativi provvisori. Alveari o celle, caseggiati o falansteri, comunque strutture punitive della cittadinanza, della condivisione e perfino della rabbia: perché non c’è una piazza, non ci sono i luoghi per incontrarsi e ricordare o dimostrare, ma solo dormitori, cucce, dove cercare nel sonno, quando si torna la sera, di dimenticare il boato, la paura, la minaccia e anche i ricordi di “prima”.
Non siamo andati meglio “dopo”. Solo apparentemente meno infame, la grande illusione delle smart city, delle città intelligenti, appare altrettanto beffarda e oltraggiosa nella città dell’Aquila “senza città”, dove si è esercitata la stupidità più abbietta e spregevole, quella dell’affarismo, del dileggio dei morti, della pietà profittevole, della protezione incivile, del mecenatismo peloso delle adozioni internazionali, dell’egemonia dell’incompetenza al servizio della furfanteria, dell’estromissione degli organismi di tutela, controllo e programmazione urbanistica e di recupero.
Nel 2009 la tracotanza spregiudicata del premier oscurò competenze, professionalità, storia e cultura, annullando la presenza e il contributo di strutturisti, architetti, urbanisti, restauratori di ogni materiale, snaturando anche la parola “ricostruzione”, cancellando le figure storiche di sovrintendenti e tecnici, grazie alla latitanza non certo involontaria del ridicolo Bondi, colpevolmente assente quanto lo spettro contemporaneo di Ornaghi.
Oggi dopo 4 anni, si conferma la permanenza del provvisorio, affidandola all’utopia provinciale delle Smart City, alla benevolenza bigotta dell’Ue che erogherebbe finanziamenti in cambio dell’ubbidienza all’approccio Ocse-Università di Groeningen. Un documento di intenti che si accredita come un capolavoro dell’incultura modernista, dimentico della Carta di Gubbio, la Bibbia del restauro nata proprio da noi, per discernere tra «monumenti» da conservare ed «edilizia minore» da demolire, per realizzare una Disneyland della ricostruzione o una Las Vegas della memoria urbana, con le sole facciate, come quinte teatrali, a nascondere l’oblio di una città o la creazione di un insediamento artificiale.

Qualche mese fa qualcuno ha pubblicato l’oscena contabilità della produzione burocratica che ha avuto per oggetto l’Aquila: 5 leggi speciali, 21 Direttive del Commissario Vicario, 25 Atti delle Strutture di Gestione dell’Emergenza, 51 Atti della Struttura Tecnica di Missione, 62 dispositivi della Protezione Civile, 73 Ordinanze della Presidenza del Consiglio dei Ministri, 152 Decreti del Commissario Delegato, 720 ordinanze del Comune. Forse il dinamismo aberrante degli annunci e dell’illusionismo, a coprire il terribile silenzio e le macerie proibite quanto le carriole incriminate dei cittadini che avevano invaso il centro storico per riprenderselo, ha prodotto in questi mesi altri atti, altri dispositivi, altre menzogne, unico gesto e unico suono insieme a quei 309 rintocchi suonati stanotte, in memoria.

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