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Le elezioni di Post-Italia

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Negli ultimi vent’anni non si sono inventate parole nuove, spesso alle vecchie si è semplicemente aggiunto il prefisso “post”. Alle volte semplicemente per rendere accettabile l’inaccettabile, come accade per i postfascisti di Casa Pound che sono sempre i vecchi fascisti, anche peggio, ma che con l’aggiunta possono aggirare l’accusa di ricostituzione e ricevere le ricche donazioni del camerata Alemanno o degli altri post sparsi per l’Italia.

Ma assai più spesso il prefisso serve semplicemente a nascondere l’incapacità di definire il nuovo o di inserirlo dentro una più acuta percezione della realtà. Postindustriale, postmoderno, postrivoluzionario, postmarxista  e quant’altro sono in realtà dei vuoti di definizione, denunciano un disorientamento invece che un’elaborazione e un salto di realtà: si riferiscono al prima non potendo comprendere il presente e soprattutto non avendo una progettualità per il futuro come se il tempo si fosse fermato.

Finora tutto questo è rimasto in ombra, spesso volutamente, grazie all’effetto narcotizzante del benessere materiale che tutto sommato sconsigliava le analisi approfondite e la ricerca di soluzioni alternative. Laissez faire nell’economia, ma anche nell’elaborazione perché meglio riferirsi a una realtà immutabile o indefinita: le mutazioni potrebbero disturbare . Ma oggi che la parabola appare in discesa tutti quei post sembrano un’offesa al pensiero politico.

In questo senso si potrebbero benissimo introdurre due altre inquietanti espressioni, postpartito e postdemocrazia nel senso che le forze politiche non sembrano più in grado di esprimere rappresentanza, chiuse dentro interessi corporativi ma  al tempo stesso sono ancora parti essenziali della vita democratica le cui alternative sono ancora caotiche e spesso indefinite. Referendismo diffuso o sorveglianza democratica dal basso sono poco più che segnaposto per qualcosa tutta da costruire e di certo non esente da rischi, mentre al contempo il vuoto di democrazia è molto ben percepibile, fattuale si direbbe. In realtà bisognerebbe reinventare e ritematizzare le forme del confitto sociale, se non fosse che in questo dedalo di postismi è difficile comprendere come: sostituendo stato e mercato a riappropriazione di ciò che è comune come propone Revelli? O invece una nuova dialettica di scontro fra denaro e lavoro come appare più naturale in una situazione di capitalismo finanziarizzato?

Qualunque sia il bandolo della matassa non è difficile vedere sotto questa luce le imminenti elezioni che forse rappresentano più il primo annuncio di scontro fra un nuovo magmatico rappresentato da un lato da Grillo e dall’altro da Ingroia e un vecchio catalettico, che non le disfide incrociate tra Bersani, Berlusconi, Monti, Merkel e Napolitano. E di qui la confusione di piani e di giudizi che si confondono in un maelstrom dove regnano le lettere buffone di restituzione dell’Imu e la sorprendente adesione di Dario Fo al movimento cinque stelle. I cambiamenti sono incipienti ma a tre dimensioni e non solo su due. E poi c’è il tempo che è ritornato in gioco da quando la curva in ascesa ha cominciato a movimentarsi: un tempo di pensiero, di prospettive e di speranza di cui vogliamo riappropriarci.

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