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Le ultime elezioni

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Verrebbe voglia di andarsene in gita il giorno delle urne, nemmeno di disertare per protesta, ma proprio per disinteresse verso un appuntamento inutile che qualunque risultato dia non farà che congelare il Paese nel vortice di declino e di assurdi sacrifici in cui è stato cacciato per obbedire a logiche di altri Paesi, di altre economie, interessi e mire dentro un’Europa proclamata, ma inesistente. Vittima sacrificale di un’ideologia ormai in agonia che in parte ci viene comminata e prescritta proprio da quelli che la stanno rigettando. Washington docet.

Verrebbe voglia di andarsene in gita, e di attuare così il primo gesto di una disobbedienza civile nei confronti di un mondo al capolinea che tuttavia finge di esistere e per questo fa la voce grossa. Ma invece a votare ci andrò e senza fare calcoli congiunti e disgiunti: voterò senza pensare per nulla a queste elezioni dei morti viventi, ma alle prossime che ci saranno in un arco di tempo che va da sei a 18 mesi. Non mi interessano i fiori recisi della sinistra che assorbono l’acqua della reazione, le mummie risorte dal letto degli scheletri delle tangenti che paiono cespuglio con i pidocchi, men che meno i tecnici ottusi, quei funzionari cui è stata attribuita l’anima per un errore al concilio di Nicea.  Non mi interessa per nulla il giardino politico morente assieme a una stagione del Paese e della sua classe dirigenti, il cui valore, il cui “merito” è sotto gli occhi di tutti.

Andrò a votare per mettere semi destinati a crescere dopo le manovre di potere che si preparano per l’ultimo tragitto della  seconda repubblica e i dei suoi assetti. Un voto che potrebbe sembra poco legato alla concretezza, qualunque cose si voglia intendere con questa parola e che invece parte dalla constatazione dei fallimenti e degli inganni a cui siamo andati incontro, cominciando proprio da quel bipolarismo fasullo tenuto insieme dagli apparati e dai reciproci ricatti, dalla svendita della socialdemocrazia residuale o dallo spaccio di un liberalismo di malaffare, che ha creato  una governance in gran parte indifferenziata e spesso consociata, con i suoi guasti immensi e incapace alla fine di difendere gli interessi del Paese facendosi imporre tecnici e impoverimento. La babele che nascerà per contrappasso da tutto questo, avrà bisogno di futuro e di speranza e di idee piuttosto che inutili buoni propositi per l’immediato.

Non voterò per i tronchi contorti di querce ibridate con piante di palude,  ma solo per chi mi fa intravedere un ritorno alla dignità e ai diritti del lavoro, per una forma partito più orizzontale e più partecipata nella vita reale e non nella ritualità. So bene che qualcuno penserà a una dispersione del voto contro chi dovrebbe fare argine al ritorno del passato. Se non fosse che egli stesso partecipa di quel passato, non nelle forme, ma in molta della sua sostanza, dei suoi orientamenti e ahimè anche delle sue prassi.  Di quella oligarchia di fatto del potere che purtroppo ha dei testimoni in quella opposizione intellettuale e salottiera malata di firmitudine più che di fermezza. Non mi importa che si tratti di una piantina piccola e molto fragile. E’ un seme ciò per cui voglio votare, non l’erba ingiallita

 

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