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Affreschi e “affresconi”: crolla un soffitto dipinto agli Uffizi

crolla-affresco-galleria-uffizi-586x431Anna Lombroso per il Simplicissimus

E figuriamoci se, come ogni volta che si verifica qualche evento attribuibile a scarsa manutenzione, inadempienze, incompetenze e cattiva gestione, non si sarebbe puntato il dito sull’errore umano, si tratti di piloti di area carpatica e monolinguisti che non capiscono le indicazioni della torre di controllo di Fiumicino o della manodopera impegnata sui lavori di restauro degli Uffizi, dove si è verificato il crollo di un affresco cinquecentesco, opera di un gruppo di artisti cui si devono centinaia di metri del soffitto dipinto della Galleria. Nel liquidarli disinvoltamente: una “squadra di pittori”, intendendo poco più di artigiani, la cui produzione sarà facilmente ripristinata nel corso di un restauro generale, il direttore della Galleria degli Uffizi, Antonio Natali, liquida con la stessa sfrontatezza anche le responsabilità, sue e della complessiva gestione dei beni culturali e artistici. “Qualcuno ha già detto che questo cedimento è un nuovo segnale del declino dei beni culturali, dice sprezzante il Natali. Purtroppo ci sono abituato: sono le solite risposte avventate di chi nemmeno di preoccupa di capire cosa sia successo veramente”. La colpa infatti, sarebbe dell’operaio “ mortificato”,sono le sue parole ma anche “choccato” che è inciampato accidentalmente perdendo l’equilibrio e appoggiando un piede sull’incannicciato sotto cui si trovava l’affresco che è stato così danneggiato”.

Difficile credere a questa ricostruzione sbrigativa quando lo spirito del tempo indica una rischiosa inclinazione a lasciar crollare quello che c’è per indirizzarsi su altre “costruzioni”, permettere il profittevole abbandono dell’esistente per dedicarsi ad altre opere più grandiose la cui pesante impronta e visibilità superano di gran lunga la reputazione, l’utilità e l’estetica.
Proprio in questi giorni il Presidente della Regione Friuli, Renzo Tondo (Pdl), è tornato a chiedere trasferimento delle competenze in materia di tutela del paesaggistica dal Ministero dei Beni Culturali alla Regione da lui governata, a causa si dice di antiche ruggini con l’attuale sovrintendente. Ma in questi conflitti di competenze, in molti contenziosi enti locali affamati e star voraci, in molte sovrapposizioni tra dirigenze ambiziose e presidenze inconsapevoli a rimetterci sono i cittadini completamente espropriati del possesso, del godimento e della governo dei beni comuni. Mentre è ormai egemonica una ideologia di governo convinta che la cultura, i preziosi e vulnerabili giacimenti artistici possono anzi devono essere alienati a beneficio di chi li può pagare, comprare, mantenere a suo uso. Preferendo a mecenati illuminati industriali smaniosi più che di un affrancamento sociale, di apporre loghi e griffare con vetusti monumenti abominevoli merchandise, quando non di tirarsi su piramidi e torri a futura memoria largamente assimilabili alla categoria dei pataccari e taroccatori.

Così a tutti i livelli territoriali, gerarchici e burocratici l’indole è ad accentrare i poteri comodi, quelli che consentono la liquidazione, e delegare quelli meno provvidi, compresa la concessione di una sala per proiezioni filmiche scomode, il tutto comunque coerente con un preconcetto che non permette discussione: i padroni siamo noi e decidiamo noi priorità, investimenti, vendite e svendite. E quando i soldi per la manutenzione non ci sono, pare sia preferibile liberarsi del peso di onusti valori deprezzati, indesiderabili e poco vantaggiosi se non si può nemmeno infilarli in uno sfilatino.
Ma sarebbe bene non dimenticassimo che quelli sono beni comuni perché sono nostri, perchè negli anni li abbiamo “pagati” e ne siamo stati remunerati in bellezza, conoscenza, fama, perché li abbiamo mantenuti con le nostre tasse, perché i volti affrescati sono un tutt’uno con l facce nelle nostre vecchie foto di famiglia, quelle della nostra autobiografia nazionale.

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