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Thyssen, l’ultimo oltraggio

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Non è possibile che un uomo meticoloso, attento, preciso, fosse solo, in riferimento a quell’impianto così trascurato”. Il Fatto quotidiano riporta la sconcertante  tesi sostenuta dalla difesa dell’ad di Thyssen Harald Espenhahn, al processo di appello a Torino per il rogo dello stabilimento torinese in cui nel 2007 persero la vita sette operai. Gli avvocati hanno chiesto di annullare l’avviso di chiusura delle indagini e quindi il processo di appello. Per la difesa il rogo non fu colpa di Espenhanh, ma degli operai, che non avrebbero osservato le norme di sicurezza e le procedure di controllo. Secondo il legale gli obblighi di controllo e vigilanza nelle singole attività produttive delle linee degli impianti, applicati  da Espenhanh con una prudenza e una minuziosa proverbiale precisione “non sarebbero bastati a impedire quella sequenza causale così particolare che si è verificata quella sera, favorita invece dall’imprudenza degli addetti. Secondo la difesa, la ricostruzione dei tragici fatti del 2007, fornita da Antonio Boccuzzi, unico sopravvissuto alla strage, è “imprecisa”.

Badate, questa infamia, questo oltraggio, questa viltà non sono casuali, non sono un intervento eretico e imprevedibile nello scorrere della storia, sono stati invece alimentati e nutriti come fossero valori e comandamenti della teocrazia del profitto sempre più cinica, sempre più rapace  che fa della concorrenza spietata, della sopraffazione inesorabile, dello sfruttamento cinico i motori della sua affermazione e della trasformazione di popoli in eserciti sbandati di sottomessi, senza diritti, senza garanzie, senza difesa, da ridurre in schiavitù secondo una mobilità incerta e precaria che chiamano flessibilità, da spostare di luogo di lavoro in un altro, da un territorio in un altro a seconda dei voleri e degli interessi di padroni, azionariati  e manager attenti solo accrescere le loro rendite finanziarie.

Ricordiamoci chi ha permesso – o ancora meglio promosso – che quelli che una volta si sarebbero vergognati di essere chiamati servi dei padroni alzassero la testa fino a infliggere un’ulteriore ingiuria, un sopruso supplementare a morti e sopravvissuti e tramite loro a tutti i lavoratori, ricordiamoci, anche nel seggio elettorale, di chi si vanta della cancellazione dell’articolo 18, decantata da un infame che lo chiama avanzo degli anni di piombo, ricordiamoci di chi ha sostenuto e votato una riforma del lavoro che merita un atto d’accusa anche dalla nostra lingua per l’abuso della parola riforma al posto del più opportuno “deforme”.

Ricordiamoci di chi  vanta come gloria nazionale un’industria che è diventata una fabbrica di indegne cancellazioni di garanzie, libertà e diritti, ma soprattutto di annientamento del lavoro, della competenza, dell’innovazione, della ricerca e della tecnologia, e di chi indica come manager esemplare un dirigente che ha come unico obiettivo l’arricchimento degli azionisti, l’accrescimento della liquidità anche sfruttando i fondi previdenziali e sanitari delle maestranze, in modo che approfittarsi sia doppio e ancora più sfrontato.

Ricordiamoci di chi ha lasciato soli i lavoratori e anche i magistrati che ne difendevano i diritti, in modo che fossimo tutti più soli davanti all’ingiustizia.

 

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