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Colosseo, ab urbe recondita

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una gragnuola secca e rapida di pietre, come una grandinata, e casca un altro bel pezzetto di Colosseo. Le piogge non sono più quelle di una volta e nemmeno la nostalgia: Alemanno aveva promesso di fare come il mai abbastanza rimpianto Duce, dedicarsi alla cura amorevole del simbolo della romanità e dell’altrettanto mai abbastanza rimpianto impero, invece è calato il silenzio sul sodalizio stretto con il mecenate dei mocassini, 23 milioni in cambio di un logo da mettere sopra e sotto suole e su tutti i prodotti Tod’s. Ed è calato il sipario anche sul danno: svelti svelti sono arrivati i tecnici, denuncia perfino il Messaggero, hanno messo pudiche transenne intorno all’area del piccolo crollo, hanno rimosso i frammenti – erano piccoli, stavano in una mano, dice un vigile – e se ne sono andati come se nulla fosse successo. Ché la colpa si sa è delle vibrazioni del traffico, ma dove fai passare i pullman turistici? Dei piccioni, e mica li vorrai ammazzare? Delle piogge, e mica ci vorrai mettere un telone sopra? Dell’inquinamento, e non vorrete fare i luddisti e fermare lo sviluppo?
Anche il Colosseo come la Divina Commedia, non si mette in mezzo a un panino, anche se l’intento ormai esplicito è imitare il Signor Galbani e far mangiare il Bel Paese in un boccone.

Altro che Città Eterna: la Capitale sprofonda. In un anno si sono aperte 72 voragini, aumentano i casi di auto e camion inghiottiti, il sottosuolo è fragile e permeabile, Monteverde e Aurelio sono a rischio, ogni pioggia paralizza la città, i tombini vomitano fango, le fermate della metro si allagano. Ma si sa, la manutenzione ordinaria non incontra il favore di sponsor e mecenati e non l’incontra nemmeno la bellezza, che a dette di tutti i ceti dirigenti che si sono avvicendati negli anni, rappresenta la nostra maggiore ricchezza, e che ciononostante non trova spazio nelle agende e nei programmi.

Certo i barbari e i Barberini contemporanei sono imparagonabili rispetto a quelli del passato: Roma in mano agli alemanni c’era stata nel 1527, quelli del Sacco, poi dei nazisti, ma c’è da sospettare che si riferisse all’attuale sindaco il Berchet profetico dell’irto e increscioso Alemanno. Perché lui combina piccone demolitore con deliri di erezioni cementizie: un paccchetto di disinvolte e frettolose delibere per 66 mila alloggi; venti milioni di metri cubi di cemento che cancelleranno per sempre oltre 2 mila ettari di territorio agricolo. Mischia un’atona inazione e un’accidiosa incompetenza con lo smanioso affaccendarsi tanto caro all’attuale regime, per fare cassa alienando beni comuni e proprietà pubbliche, grazie alla progressiva dismissione del patrimonio immobiliare pubblico per fronteggiare la montagna del debito. Un caso per tutti? La vendita dei depositi Atac – l’azienda più allegra a conduzione “familiare” della capitale (49 assunzioni sospette su 850 avvenute nel solo 2009 – la moglie di un assessore, la cubista, il figlio del caposcorta di Gianni Alemanno per le quali sono indagati l’ex amministratore delegato, Adalberto Bertucci e altri dirigenti) – interessa 15 aree edificate e non (depositi, ex rimesse, sottostazioni elettriche, uffici). Tranne un paio, sono tutte in zone centrali o per un totale di 165 mila metri quadrati. Su di esse verranno edificati 540 mila metri cubi. Stando ai calcoli, su ogni metro quadrato di suolo ci saranno 1,08 metri quadrati di costruzione, vale a dire una densità molto alta. Sorgeranno insediamenti massicci, che si svilupperanno anche in altezza, sorpassando gli indici di edificabilità previsti dal Piano regolatore approvato nel 2008 (0,5 metri quadrati su ogni metro quadrato), considerati già eccessivamente generosi, regalo di un Veltroni in fuga per “cementare” il patto con amici facilmente riconoscibili.

Proprio nei giorni scorsi è stata ricordata un figura leggendaria eppure rimossa, quell’Ernesto Nathan, personalità estemporanea e anomala, sindaco ebreo, massone e molto mazziniano giustamente definito un incidente eretico lungo una vicenda cittadina costantemente caratterizzata dalla subalternità alla rendita e alla speculazione, e connotata dalla subordinazione al comando vaticano, quello più temporale che spirituale. Unico, salvo le più prudenti parentesi delle giunte rosse tra gli anni settanta e ottanta, con i sindaci Argan, Petroselli e Vetere, a cercare di fronteggiare e contrastare il sistema rapace di potere capitolino. Parentesi eroiche, ma inani, se oggi Roma è l’allegoria dell’avvitarsi della storia sul perenne conflitto tra potere della proprietà, del profitto, del mercato e sfruttati, cittadini, popoli espropriati di beni e diritti. Eppure le differenze ci sono eccome, se mettiamo a confronto il tenace programma di estensione del sistema scolastico comunale sviluppato da Nathan alla demolizione della scuola pubblica odierna, o la lungimiranza delle politiche urbanistiche di cent’anni fa, con la consegna della città “moderna” a immobiliaristi e finanzieri, potentati politici e faccendieri d’ogni categoria. O le riforme dei servizi cittadini strategici dell’acqua, dell’energia, dei trasporti, attraverso la costituzione di aziende municipali, con il disegno ossessivo di svendita a cominciare dall’Acea.

Per quanto regola della cultura di regime sia la pratica dell’oblio in attesa di queste elezioni e di quelle regionali e poi di quelle cittadine, ci farebbe un gran bene ricordare un sindaco che introdusse a Roma la modernità, una modernità laica e democratica, quand’ancora risuonava l’eco dei colpi a Porta Pia, coperta dallo sferragliare dei nuovi tram, a conferma che l’idea di una cittadinanza appagata nei suoi bisogni con equità può non essere solo una singolare utopia riprovevole e dileggiata dal contemporaneo e futuro pragmatismo.
Mentre Casa Pound candida i suoi arnesi, abbondano disdicevoli Fratelli d’Italia, si reinsediano attrezzi troppo collaudati irriducibilmente interessati solo alla loro sopravvivenza in “vita pubblica”, la memoria storica deve trasformarsi in battaglia politica, in resistenza sociale.

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