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Peggio del terremoto? Il dopo terremoto

4500285549_87a4b106d4_oAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri, domenica, le cronache sulla campagna del generale inverno, hanno riservato un angolo – piccolo per non infelicitare il clima pre- natalizio già mesto – alle zone terremotate dell’Emilia Romagna. Chi ci può essere di più spodestato, di più annichilito, di più spaesato di chi in pochi secondi ha perso tutto, persona care e amici, casa, lavoro, ricordi, appartenenza a una comunità? Ieri abbiamo visto che si può stare peggio di così: il giornalista varcava porticine di case su ruote, come le definiva pudicamente un “senza-dimora”, roulottes, container, si vedeva il fornelletto appoggiato su una mensola con il centrino di merletto, la moka che borbottava, perché i terremotati riescono a essere ospitali in un posto senza accoglienza, e fuori, intorno, la prima neve, e lui, l’inviato, stringente, impietoso: ma com’è  che siete ancora qui, in un camper, adesso che è arrivato il freddo? Ma siete voi che avete deciso di restare qui?

E loro a giustificarsi, con il poco di soldi in banca si sono comprati una “casa su ruote” e la tengono parcheggiata vicino alla casa impraticabile. Quando per un po’ non ci sono scosse, ci entrano in quello che resta tra muri sgretolati, sui quale magari pende un mutuo, e si portano qualcosa là nell’alloggio mobile, così tremendamente permanente. Non è stata rivolta la domanda più spietata, la più naturale per che volesse sapere davvero e cioè che cosa aspettate, chi aspettate, chi credete che vi aiuterà, voi col vostro caffè garbato, il vostro centrino, la vostra felpa sportiva, proprio la stessa che mettono quelli che fanno jogging per tenersi in forma e correre, tornando nelle loro case calde a guardare distrattamente questo telegiornale.

Si può esserci di peggio: non c’era scherno nell’intervistatore, ma sorpresa velatamente critica, si, per quell’accanimento così poco moderno nello stare attaccati alla proprio roba, per giunta povera, nel ricrearsi un’evocazione dell’atmosfera domestica, respirando l’aria di casa, un’aria polverosa e triste e senza speranza. E’ senza comprensione e senza compassione e anche senza logica questo bizzarro Paese  in cui i fallimenti tutti umani del sistema e dei potentati si mutano   nella sceneggiatura del teatro della politica, in cataclismi naturali, in  terremoti del mercato e dell’economia, ostentati con il linguaggio della catastrofe, della inevitabilità, a cui è doveroso  rispondere con senso di sacrificio collettivo, mentre di converso le disgrazie naturali, il sisma della terra, diventano un problema a cui   ognuno è obbligato a far fronte per sé, costretto a cavarsela  e senza lagnarsi troppo, fastidiosi fardelli da nascondere e rimuovere, uno di tanti crucci di una crisi generale.

Mentre frettolosamente si cercano di far passare nella legge di stabilità sfrontate misure di salvataggio di banche inefficienti governate da banchieri inetti e sleali – da Siena è arrivata la richiesta di altri 500 milioni di euro di aiuti da aggiungere ai previsti 3,4 miliardi, portando il totale della richiesta a 3,9 miliardi di euro, motivata “dai possibili impatti patrimoniali derivanti dagli esiti dell’analisi in corso di talune operazioni strutturate poste in essere in esercizi precedenti”, cioè dalle imprudenti e impudenti performance di Giuseppe Mussari – si conferma l’empio progetto di un regime assicurativo per la copertura dei rischi derivanti da calamità naturali “sui fabbricati, a qualunque uso destinati…”, all’interno della riforma della Protezione Civile.

Se siete come me tra quelli che non hanno osservato grandi differenze nell’avvicendarsi dei governi, ricorderete che  nel 2003  Silvio Berlusconi tramite Tremonti si proponeva di dare forma   a un sistema assicurativo in caso di calamità naturali:“Non credo che l’Italia possa rimanere ancora uno dei pochi Paesi industriali in cui lo Stato si assuma l’onere di ripagare i danni prodotti dalle calamità naturali”. Beh ci ha pensato Monti, nel clima favorevole alla privatizzazione che ha investito anche l’apocalisse e che in attesa di polizze di tutela dalle fosche previsione dei Maya, ha stabilito l’indiscutibile opportunità di assicurare il bene primario, la casa,  in forma privata, oscurando così quel ruolo storico dello Stato nel costruire una rete di coesione e assistenza pubblica e politica in caso di disgrazia che colpisca una zona del Paese. Insomma in caso di neve, le Regioni colpite hanno dovuto pagarsi l’aiuto dell’esercito e, peggio,  dichiarare lo stato di emergenza  e così facendo imporre imposte sulla benzina ai loro cittadini. prima e nell’ipotesi  di terremoto e di catastrofe naturale, i cittadini devono pagarsi l’assicurazione. Almeno fino alla prossima catastrofe naturale dei mercati, in cui stabilire l’uguaglianza del sacrificio e far regnare il principio di solidarietà.

Si non si sa chi stia peggio, gli emiliani, laboratorio sperimentale della riforma dei tecnici, o gli aquilani, vittime del “prima” e della cancellazione, con il loro centro storico, della loro identità di cittadini, delle loro memorie e al tempo stesso del loro futuro.

Solo apparentemente il tempo avrebbe aiutato i terremotati d’Abruzzo: i rapporti predisposti dalle tre commissioni di esperti hanno argomentato le ragioni per le quali bisognava cambiare rapidamente e radicalmente pagina rispetto alla politica emergenziale voluta dal governo precedente che aveva privilegiato la logica delle new town e bloccato di fatto, attraverso la filiera straordinaria, il recupero del centro storico de L’Aquila. E hanno richiamato alle ragioni, per combinare tutela dei luoghi, conservazione delle memorie e rilancio economico e sociale, che devono convincere della centralità di partire dalla ricostruzione del centro storico, “parte integrante di un’idea di futuro dell’intera città esistente, dell’identità e del ruolo che si riconosce a tutte le sue parti e alle loro reciproche relazioni e interdipendenze”, così come suggeriscono le esperienze pluridecennali sul recupero dei centri storici in Italia, dalla Carta di Gubbio ad oggi.

Peccato che ai moniti non seguano le azioni: le sistemazioni provvisorie, i moduli abitativi da smontare dopo 3-4 anni, sono ancora là nello loro orrenda persistenza,  quartieroni sconnessi l’ uno dall’ altro, separati e incongrui con l’idea di città. E intanto alle diagnosi stilate dopo il sisma, l’incuria e l’abbandono fanno seguire l’eutanasia del patrimonio abitativo dell’Aquila: dietro alla pudibonda definizione di ‘sostituzione edilizia’ si consumano le demolizioni, quelle intese a convertire lo spettro della città in business edilizio. Tre anni e mezzo di abbandono trasformano danni strutturali leggeri in condanne a morte tramite piccone e bulldozer, terribile trailer di quello che può avvenire in Emilia e di quello che si sta verificando in un paese trascurato, umiliato e lasciato solo. Ma che non deve capitolare.

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