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Viaggio a marcia indietro: il disastro italiano certificato dall’Ocse

“Il governo prende atto della valutazione positiva del’Ocse…” Così comincia il documento del governo dopo l’uscita delle statistiche che testimoniano della devastazione italiana. Certo la claque degli analisti applaude per dovere formale ai tecnici, ma è solo un intermezzo comico, un piccolo triste numero di avanspettacolo, prima che i numeri si incarichino di dare inizia al dramma e di far giustizia degli insulsi salamelecchi di casta finanziaria. Questi numeri dicono molto. Incrociandoli con quelli recentissimi dell’Fmi  e delle banche internazionali possiamo fare un viaggio a ritroso nel tempo:

2001  Il prodotto interno lordo con 1.604 miliardi di dollari è tornato esattamente all’inizio del secolo.

1987 La produzione industriale (in valore) è tornata a prima della caduta del muro

1984 Le vendite del settore industriale sono uguali quelle di quasi trent’anni fa

1999  E’ stato l’anno con la maggiore disoccupazione prima di questo 2012 che ha visto arrivare l’indice al 10,7%

1996 Il reddito pro capite è tornato a quel periodo

1990 Il reddito totale delle famiglie italiane è diminuito attestandosi sui valori di 22 anni fa

Le dolenti cifre e date sono particolarmente gravi perché si situano in un panorama, dipinto dall’Ocse stesso,  di generale contrazione del Pil europeo destinato a ridursi dal 17% di quello mondiale com’è oggi al 12% e poi al 9%: ciò significa che abbiamo ottime probabilità di arretrare, ma pochissime chances di tornare a una crescita effettiva che non solo ci faccia recuperare quanto è stato perso durante la crisi, ma avvi un ritorno allo sviluppo. Lo scenario nella migliore delle ipotesi è quello della Regina Rossa di Alice che corre senza spostarsi o ancor meglio quella di chi percorre in senso inverso inverso un nastro trasportatore.

Tutto questo in mancanza di eventi eccezionali in grado di cambiare lo scenario. Anzi per la verità di un solo evento eccezionale possibile: il ritorno dell’Europa suo modello di welfare che da sempre è stato la sua caratteristica, il suo senso, ma anche il suo motore economico. Più ci si interdisce nel modello liberista, più si penalizzerà il mercato interno, senza significativi e duraturi aumenti di quello esterno dove ormai ci sono altri e agguerriti protagonisti; più si privatizzerà l’istruzione  e più si indebolirà la scuola di buona qualità e diffusa pur sapendo che la qualità dell’istruzione è un fattore cruciale di futuro; più si attenterà alla dignità delle persone, ai diritti del lavoro e minore saranno la pace sociale e la competenza. L’impoverimento potrà far comodo a una banda dirigente -chiamarla classe sarebbe davvero eccessivo- che si aggrappa alle sue rendite, ma non scalfirà il vantaggio competitivo dei grandi paesi emergenti i quali certo, vedranno man mano i loro salari aumentare però potranno godere di strutture più efficienti e di una migliore organizzazione del sapere.

In poche parole, per bocca e numeri delle sue stesse agenzie di analisi, la strada che ha imboccato l’Unione è perdente e seguirla entusiasticamente è un suicidio perché mentre ci rende subalterni ad altri Paesi contribuisce al declino generale. Ecco perché considero nefasta qualsiasi logica o legame impedisca la liberazione dagli stereotipi liberisti e mortifichi un modello economico e di civiltà che ottenuto straordinari risultati  prima di venire pugnalato a tradimento. Ma invece di fare resistenza i pavoni, gli uccelli più stupidi del mondo fanno la loro ruota e non perdono occasione di sacrificare ai loro idoli, quel che resta dell’Italia e della democrazia.

 

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