Site icon il Simplicissimus

La stangata è legale nel Casinò Italia

Annunci

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A Pavia, sono 520 – uno ogni 136 abitanti – gli altarini sui quali nel 2011 ogni cittadino ha bruciato 2.879 euro, il 7,8% del Pil locale.  “Per favore fermate i nostri mariti, i nostri figli, i nostri genitori. Chiediamo che vengano ufficialmente interdetti”. Questo è il tono delle venti istanze  presentate nell’ultimo mese  al tribunale di Pavia contro le slot-machine. L’azione di protesta è stata anticipata da manifestazioni, da un corteo col vescovo in testa, da una delibera del consiglio comunale  che ne proibisce il funzionamento a meno di 500 metri da scuole, chiese, ospedali e  che obbliga i gestori dei locali ad adottare rigide sistemi di sorveglianza. Ma, dice la stampa locale, l’ostacolo rischia di essere aggirato perché le società che installano le macchinette offrono un “pacchetto” che include sistemi di videosorveglianza e d’allarme, tivù al plasma e abbonamento a Sky.

Ma la lotta è impari, regolamenti comunali analoghi a  quello di Pavia sono stati impugnati. Dietro al gioco ci sono, uniti da un patto opaco e muto, lo Stato, le banche e la criminalità. I biscazzieri pubblici e privati, comunque legali,  si spartiscono un bottino  che a fine 2011 ha superato gli 80 miliardi di euro,  16 volte il fatturato di Las Vegas  e un bel po’ di manovre finanziarie.  E’ un  settore da 120 mila addetti, di fatto la terza industria italiana dopo Eni e Fiat,   lo Stato incassa solo il dieci per cento, il resto si perde in rivoli difficilmente intercettabili: oltre  1.500 concessionari-gestori, le banche che fanno da collettori dei microchip, la malavita che fa la parte del leone. E se alcuni “gestori”  sono trasparenti – per esempio Lottomatica e Snai –  per altri con sedi all’estero, è impervio stabilire proprietari,  intrecci societari, padroni occulti, alcuni dei quali solidamente collocati nella nomenclatura dei partiti.

Sono tutte attività legali e promosse dallo Stato, anche le slot machine, dal 2004, da quando cioè i Monopoli  hanno affidato alle dieci concessionarie la gestione delle macchinette elettroniche: new slot nei bar e tabaccherie, e videolottery di nuova generazione in corner dedicati.  Ai 10 spetta la conduzione della rete telematica con l’impegno di assicurar l’operatività e l’efficienza degli apparecchi – attualmente 400 mila –  affidati agli esercenti, i locali pubblici dove gli utenti giocano. Le concessionarie, come si è detto, hanno il delicato compito di esattori per conto dello Stato, in quanto oltre a incassare il proprio utile, incamerano anche il “Preu”, prelievo erariale unico, che poi versano ai Monopoli. Il fatturato sembrava appunto in continua crescita: dall’inizio della crisi del 2008,  il volume d’affari del gioco d’azzardo di Stato (slot machine, videopoker, lotterie e scommesse sportive) è aumentato di 13 miliardi, passando dai 47,5 miliardi del 2008 ai 61,5 del 2010, il 3,7 per cento del Pil e il 2011 si è chiuso con il record di 80 miliardi.

Ma i conti del fisco ultimamente segnalano che sono diminuite le entrate, si registrano meno giocate e non perché la crisi prosciughi le tasche degli italiani anche degli spiccioli. Ma perché ormai i soldi, tanti, sono intercettati dalle scommesse virtuali e dai casinò aperti a centinaia sul web. Sono sempre più numerosi i tavoli da gioco virtuali, dodicimila tornei ogni 24 ore e seicentomila euro al giorno spesi complessivamente dai giocatori italiani nei siti nazionali.  Secondo le ultime analisi, condotte dalla School of Management del Politecnico di Milano, che ha dedicato un Osservatorio specifico al mondo dei giochi online, realizzato in collaborazione con l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato, il mercato del gioco digitale aveva raggiunto un volume totale di affari pari a 3,8 miliardi di euro già nel 2009 con un tasso di crescita del 150% l’anno. Fra i vari giochi on line è il poker il più scelto, il più cliccato, il più “approfondito” grazie anche a siti e forum “formativi” in cui si discute di tornei, tecniche, tattiche e molto altro. Nell’ultimo anno, i guadagni delle aziende che si occupano di giochi on line è infatti aumentato del 43% rispetto agli introiti che si registravano prima del 2008. Un problema che aumenta in tempi di crisi economica. Ed è allarmante  la percezione che gli utenti hanno dei giochi on line: da un sondaggio condotto su 400 utenti del sito Eurodap è risultato che il 60% degli utilizzatori li considera “giochi come tanti altri”,  il 30% li reputa “eccitanti”, e solo il 10% riconosce la loro pericolosità.

I giochi d’azzardo sono pericolosi prima di tutto perché i giocatori sono condannati a perdere. E lo sono per la natura dei biscazzieri. L’antimafia ha avviato un’indagine sui legami tra i Monopoli e soggetti con proprietà oscure, a cui di fatto viene affidato il ruolo di esattore fiscale, in un sistema di scatole cinesi: imprese che operano in Italia con azionisti esteri e con finanziarie in paesi come Svizzera, Lussemburgo o Antille olandesi.

Secondo Pietro Grasso, procuratore generale antimafia, si tratta di un settore di confine, trainante per l’economia mafiosa, se in questo che è un Paese leader, uno dei primi 5 al mondo per volume di giocate, per ogni euro incassato dallo Stato nel settore del gioco, 10 vanno alla criminalità organizzata. Secondo l’Antimafia si tratta di una vera e propria nuova frontiera delle mafie, un brand strategico, se si pensa che la stima del giro d’affari tra scommesse legali e illegali, complice la diffusione senza controllo del gioco virtuale, sommando gli introiti del gioco lecito e non muove 180 miliardi all’anno. La criminalità interessata a esercitare un ruolo “legale” forte di una liquidità che nessun soggetto economico sano è in grado di esercitare, esercita nel gioco la sua creatività: ha preso ad esempio l’abitudine di procurarsi le matrici vincenti pagando subito il premio, decurtato di una tassa mafiosa, al giocatore benedetto dalla dea bendata e conservando così la prova innocua e trasparente di un profitto lecito nel caso di una indagine patrimoniale.

Ci sono aree del nostro Paese nelle quali in immense borgate si contano più agenzie di scommesse che negozi di alimentari. E le transazioni legate alle scommesse sportive via Internet hanno di fatto  liberalizzato lo spostamento di denaro all’estero sotto forma di puntate e transazioni, determinando una “legalizzazione criminale”. Esiste poi il sistema di controllo delle case da gioco: si entra col denaro liquido, si esce con assegni che diventano preziosi titoli di riscontro di fortune improvvise. E le indagini sui 10 concessionari legali dei cosiddetti skill games, i giochi di abilità su Internet – giro d’affari di un miliardo di euro – ha rivelato una rete inquietante di collegamenti di cui fanno parte i soliti sospetti, come i ragazzi Corallo, figli di Gaetano, considerato vicino al boss mafioso Nitto Santapaola, al centro di un’inchiesta sulla concessionaria Atlantis ora BPplus, per la quale sono indagati anche il parlamentare Pdl Marco Milanese, amico del cuore dell’ex ministro Tremonti, l’ex direttore generale della banca Enzo Chiesa il commercialista di Ponzellini, politici e professionisti legati a quell’entourage finiano che qualcuno ha bollato come la lobby ludica di An.

Eh si il gioco è fisiologicamente nelle mani di cattivi soggetti. È stato un economista brillante, Robert Schiller, a notare tra i primi la straordinaria affinità tra la turbo finanza e il gioco d’azzardo. Tutti e due lievitano in maniera abnorme, tutti e due pur nutrendosi di inganni e illusionismi, sono legali e tutti e due sono segnati da  una forte influenza criminale,  nello stesso torbido intreccio tra fenomeno ludico e fenomeno speculativo. I casi di ludopatia accertati sono già 100 mila, l’incremento della spesa media procapite annua per le scommesse legali è arrivata in Italia a 906 euro, il triplo degli Stati Uniti alla faccia dei casinò di Las Vegas. E le vittime della bolla finanziaria e dei giochi d’azzardo della cupola del mercato sono interi popoli. È ora di rovesciare il tavolo.

 

 

Exit mobile version