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Femminicidi a colpi di regresso sociale

Licia Satirico per il Simplicissimus

Da gennaio a oggi sono centouno i casi italiani di femminicidio, termine orribile con cui si fa riferimento a un omicidio di genere che assomiglia a un genocidio culturale: la donna-cosa viene soppressa quando rivendica la sua libertà, sfuggendo ad amori asfissianti e definitivi o a codici di comportamento che la privano di ogni capacità di autodeterminazione. L’ultimo episodio è accaduto in una Palermo molto lontana dai delitti d’onore: un’assolata città anonima in cui una ragazza di buona famiglia, circondata da affetti, nasconde per mesi l’incubo di un persecutore disperato. Carmela Petrucci, diciassette anni, è morta per salvare la sorella dalla coltellata di uno stalker col profilo Facebook pieno di cuori e frasi d’amore. La vittima designata, rimasta ferita, aveva avuto una storia con l’assassino: in un certo senso è morta anche lei, nonostante la faticosa sopravvivenza del corpo.

Si tratta di un dramma universale: difficile non pensare, sia pure nella diversità del contesto, alle affinità atroci tra la siciliana Carmela Petrucci e l’afghana quattordicenne Malala Yousafzai, ferita alla testa dai talebani per il precoce impegno civile a tutela della scolarizzazione delle bambine. Diverse le cause della violenza brutale, identico l’effetto: la ribelle viene azzerata, eliminata, annientata. Malala, però, è stata più forte dei suoi sopraffattori e della stessa morte, perché la signora con la falce può essere molto più gentile di un bruto qualsiasi.

Sino al 2009, il nostro Paese ha vantato una frequenza statistica meno intensa rispetto a Finlandia, Danimarca e Norvegia: in media 7 donne uccise ogni milione di cittadini contro le nostre 6, 57 (ignoriamo la sorte delle percentuali di donna superstiti). La Spagna di Zapatero aveva invece registrato un notevole calo, grazie a strategie efficaci di prevenzione della violenza, educazione al rispetto e sviluppo della solidarietà. Oggi il fenomeno è di nuovo in preoccupante aumento in tutta Europa: la recessione, la distruzione dello stato sociale e i rigurgiti reazionari fanno regredire in modo ominoso la condizione femminile.
Il nostro non è un Paese per soggetti deboli: la donna non è difesa dai compagni violenti, non è protetta sul lavoro, non ha sufficienti garanzie di tutela della maternità. A tutto questo si aggiunge la rivisitazione confessionale e restrittiva di diritti dolorosi che credevamo acquisiti: proprio oggi Anna Lombroso ha denunciato sul Simplicissimus, ancora una volta, il revirement cleropositivo che sta tentando di smantellare – con il ritorno asfissiante di un Movimento per la vita ben tollerato dalle principali forze politiche – i residui applicativi della legge 194.

L’annientamento materiale e giuridico delle donne è una tragedia quotidiana contro la quale poco o nulla si fa. Mariella Gramaglia, sulla Stampa, ha ricordato che lo scorso 27 settembre Elsa Fornero ha firmato la Convenzione di Istambul, che impone protezione per le vittime di violenze domestiche, vieta i matrimoni forzati e promuove robuste strategie di prevenzione dei maltrattamenti. Il problema è che la firma della professorElsa non ha, al momento, alcun valore. La seduta del Senato del 20 settembre che avrebbe dovuto conferire ufficialità al suo mandato è stata infatti sospesa per inconvenienti da casalinghe disperate: il vicepresidente Domenico Nania, sempre pronto a votare leggi ad personam e progetti eversivi di riforma costituzionale, era sparito, Schifani era in ritardo e Rosi Mauro – sì, ancora lei – non poteva perdere l’aereo che l’avrebbe ricondotta nell’ingrata Padania. Non era mai accaduto nella storia della Repubblica, e non sorprende che l’inedito episodio si inserisca nelle attività di un parlamento affetto da influenza suina.

Il prossimo 25 novembre sarà la giornata internazionale della violenza contro le donne. Il nostro Paese, incapace di tutelare diritti ma prono ai pareggi di bilancio, avrà un’altra occasione per riflettere sulle sue lacrime di coccodrillo. Le donne violate, vilipese, rinnegate da padri, mariti, compagni, datori di lavoro restano creature minori, confuse tra i modelli culturali delle veline rampanti e delle ministre in livrea.
«Femmina penso, se penso l’umano» scriveva Sanguineti: il femminicidio è l’omicidio non solo simbolico di tutti noi, dei nostri valori calpestati, della nostra umanità dolente e iniqua. Stavolta non scenderemo nel gorgo mute.

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