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Università, lectio magistralis di censura

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Licia Satirico per il Simplicissimus

Quando la riforma Gelmini fu varata in Senato con la delirante presidenza di Rosi Mauro, che conteggiava favorevoli e contrari come una menade impazzita, si parlò di passo epocale, di lotta alla casta, ai baroni, ai giochi di potere: un bombardamento di banalità destinato a nascondere il destabilizzante nulla a sfondo reazionario della legge 240 del 2010.
A quasi due anni dall’approvazione della legge l’università pubblica rantola, affidata a rettori sempre più potenti che si sono autoprorogati a piacere con la non disapprovazione del ministro Profumo. Del resto è il trend del momento, col plauso di Marchionne: senatori a vita, premier a vita, rettori a vita. Non tutti sanno, però, che la riforma di Marystar ha interamente devoluto agli atenei anche la gestione dei procedimenti disciplinari nei confronti dei professori e ricercatori universitari, prevedendo l’istituzione, presso ogni singola università, di appositi collegi di disciplina: una decisione gravissima, che trasforma i rettori in Magnifici censori onnipotenti, ora in grado di punire in modo esemplare i professori non allineati.

Non è tanto per dire: lo scorso 28 settembre il rettore dell’ateneo di Catania ha fatto approvare a un quanto mai remissivo consiglio d’amministrazione nuove “linee guida comportamentali nel caso di apertura di procedimenti disciplinari”. Questi inediti criteri hanno l’obiettivo dichiarato di evitare “interferenze esterne” sul regolare svolgimento e sulla conclusione dei procedimenti disciplinari locali. Peccato che le “interferenze”, per interpretazione autentica delle stesse linee guida, consistano nell’organizzazione di pubblici dibattiti o di assemblee di docenti o nel contatto pernicioso con organi di informazione: discutere pubblicamente della correttezza di un provvedimento disciplinare potrebbe “gettare discredito sull’istituzione universitaria”. I rischi per gli eretici che osino sfidare pubblicamente l’autorità accademica inquisitrice non sono cosa da poco: le sanzioni prevedono fino a sei mesi di sospensione dello stipendio, con tutti gli effetti di legge conseguenti. Il Coordinamento Unico di Ateneo, insieme ai sindacati nazionali di categoria e alle organizzazioni studentesche, parla senza mezzi termini di un modo per impaurire i dissidenti e «scongiurare il contagioso diffondersi della libertà di parola e di espressione sancita dall’art. 21 della nostra Costituzione».

«Il rettore dell’Università di Catania vuole avere libertà di mettere sotto azione disciplinare chi vuole, come vuole e quando vuole», prosegue il Comitato rimarcando – singolare coincidenza – la condizione di conflitto d’interessi in cui versa il Magnifico catanese. Il professor Recca è stato assai indulgente verso chi, pochi giorni fa, ha diffuso messaggi promozionali per una candidata dell’Udc nelle mailing list studentesche: l’incredibile episodio sarebbe, a suo dire, «una ragazzata che si inserisce nel solco della ricerca spasmodica di individuare mezzi di comunicazione per far giungere il proprio messaggio elettorale alla più vasta platea di elettori, effettuata a sostegno di una candidata da loro benvoluta, che ha dato il via a una smisurata enfasi mediatica caratterizzata da un’ostilità cavalcata da alcune parti politiche». Il rettore dell’ateneo catanese, fratello del dirigente della tv di ateneo, sarebbe poi pronto a sua volta – a quel che si dice – a candidarsi alle prossime politiche, pur avendo dichiarato al momento dell’elezione di voler tenere la politica fuori dall’università.

Il futuro delle università italiane, pensato (beh, è una parola grossa) da una Mariastella che ha concretizzato incubi orwelliani a sua insaputa, prevede atenei-lager in cui non è più lecito nemmeno il dissenso. Spetterebbe a Profumo il compito di ripristinare con la massima urgenza il Collegio nazionale di disciplina, ma l’attuale ministro pare impegnatissimo ad aumentare gratis le ore di docenza dei professori facendo lo struzzo, discettando di randelli, di vegetali e di ciò che meritiamo. Riequilibrare le storture della legge Gelmini scongiurerebbe l’uso improprio dei poteri di disciplina (vietato dall’art. 28 della Costituzione), l’uso improprio delle cariche accademiche e l’uso improprio degli atenei. Ma, probabilmente, al ministro Profumo i rettori col bastone per gli indisciplinati e la carotina per gli addomesticati piacciono molto più di quanto non piacciano a noi.

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