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Legalità di mercato

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare sfugga solo ai partiti a un tempo untori e pestilenza che dietro al simulacro tecnocratico si stanno riorganizzando le energie del mercato, smaniose di incassare i dividendi di una campagna moralizzatrice fondata sulla diffamazione del pubblico (ridotto a sinonimo di spreco e malcostume) e sull’apologia del privato (pretesa garanzia di eccellenza e onestà, di merito, produttività ed efficienza).
Lo stillicidio quotidiano di nefandezze centellinate da una stampa morbosamente intenta a costruire col fango divi del malaffare e divine puttane, fa sospettare che le nuove modalità di selezione del personale politico si baseranno sul certificato penale.

Insomma superate quelle bagatelle: competenza, creatività, autorevolezza, conoscenza dei problemi e capacità di ascolto, efficienza la via d’uscita dalla crisi morale consisterà nella ostensione di liste di impuniti. Le nuove norme infatti dovrebbero impedire di essere eletto a chi ha una condanna passata in giudicato per pene superiori a due anni. Vale anche per gli incarichi di governo per impedire di diventare presidente del Consiglio, ministro o sottosegretario a chi ha commesso reati gravi. Non viene peraltro specificata la natura del reato, ma solo la quantificazione della pena (due anni), bassa e applicabile a una molteplicità di fattispecie che copre in pratica l’intero codice penale. Si, impuniti, perché così scompaiono altre bagatelle: incapacità dimostrata anche di fare due conti, conflitto di interesse, pervicace e maniacale indole a commerci carnali o comprovati traffici di influenza, che si sa, non rientrano nelle specificità della corruzione secondo la Severino, che come la Cancellieri, due brave madri di famiglia con figli a carico, pensa che si tratti di una patologia invernale.

La sottovalutazione della natura del reato non è poi così trascurabile, se risultano incandidabili anche quelli che magari con una certa intemperanza hanno manifestato contro il Batman e all’interno di movimenti antagonisti, conflittuali, ma anche sindacali, incappando – come spesso capita – in una denuncia.
Il completo stravolgimento della questione morale in questione penale ci deve insospettire, perché rende manifesto e dichiarato l’intento di approfittare delle malefatte seriali commesse in alcuni importanti enti locali per definire le linee guida e per dettare le regole di selezione della futura classe dirigente, la cui “integrità” sarà misurata in base a criteri di fedeltà a una ideologia, allineamento e annessione al regime tecnocratico.
Non è peregrino chiedersi quanto conta l’occasione per fare l’uomo ladro, così come non è inutile chiedersi in che cosa consista oggi la legalità, continuamente richiesta, proclamata e sbandierata. E non è nemmeno capzioso comporre delle gerarchie della disonestà. Cioè se sia più dannoso alla società Fiorito o un ministro al servizio della troika che ammette di non conoscere la materia oggetto delle sue “riforme”, che disinvoltamente annienta garanzie e diritti, se sia più riprovevole il grassatore regionale o un ceto dirigente che salva imprenditori assassini e li finanzia, sostiene manager infedeli e copre i loro reiterati errori e nel frattempo punisce i cittadini, sommergendo i già colpiti, preparando un futuro di buia schiavitù. Mi direte che l’onesta è come la libertà, come i diritti, è meglio non procedere per categorie, segmenti o graduatorie.

Ma è altrettanto vero che stiamo assistendo a un completo svuotamento del concetto di legalità ad opera degli eletti del mercato, incoronati dalla finanza, che non si mischiano con le mazzette ma con inopportuni incarichi, si, che non lucrano sui buoni benzina ma la fanno aumentare tanto che il Sud ormai propaggine del terzo mondo, senza treni e con pochi aerei in stato di precarietà, non potrà nemmeno attraversare il Ponte sullo Stretto, che non rubacchiano sui rimborsi perché tanto i loro affari sono maneggiati da professionisti incaricati, circolano in insospettabili società, vengono obliterati nella dichiarazione dei redditi perché in fondo ma che cos’è una villa da 10 milioni in più o in meno.
Ha ragione Nicola Tranfaglia, se la corruzione è diventata sistema, l’evasione necessità, la mafia e le sue procedure sono diventate metodo di governo, senza coppola, senza lupara, certamente, perchè le loro armi sono ancora più micidiali.

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