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Il dittatore europeo

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Non bisogna aver frequentato la Bocconi per capire cosa sta succedendo: semplicemente che il Paese di sta inabissando con le stesse avarie e le stelle falle della Grecia. Il pil è dato in dimunizione del 2,6%, il potere di acquisto delle famiglie si è ridotto in un anno del 4,1%, i consumi sono calati del 3% mentre non solo viene meno sempre di più  la propensione e la possibilità di risparmio, ma si assottigliano anche i risparmi delle famiglie, consumati nel tentativo di sopperire al reddito mancante. E così pure scemano i crediti della banche, le imprese chiudono, la stessa Fiat ormai chiaramente in fuga ha scoperto i suoi bluff. In più c’è la previsione di un ulteriore calo del Pil l’anno prossimo fatto proprio da quei centri finanziari come l’Fmi che hanno messo a punto le ricette per la nostra salvezza.

Il quadro è impietoso,  parla da sé: le medicine che ci stanno imponendo sono un veleno e ci sarebbe da cambiare pagina immediatamente. Tuttavia se uno appena si azzarda a dire qualcosa sull’Agenda Monti scoppia la livorosa e ottusa canea di quasi tutto il mondo politico, compreso quello che si definisce di centro sinistra. Qualcosa non funziona, non è nell’ordine delle cose: la volontà di conservazione del potere o della sua conquista da parte degli arrembanti  è necessaria ma non sufficiente a spiegare questa paradossale situazione. Ci vuole  anche una robusta mancanza di idee alternative, mai coltivate del resto da lungo tempo. Ma soprattutto occorre prendere in considerazione la pressione che viene dalla finanza la quale vede in Monti un garante dei propri interessi. Interessi non tanto economici, ma politici: l’Italia è uno dei tasselli fondamentali nel cercare di imbrigliare la periferia europea dentro dottrine,  interessi, circoli di tycoon che hanno a cuore la riduzione della democrazia e dello stato, le svendite e la creazione di un’area a basso costo di lavoro che poi sarà destinata a travolgere anche il centro. E a far salire i profitti dentro un mercato in calo.

Tutti sanno che le ricette imposte tramite i valletti di Bruxelles sono procicliche e dunque letali, tutti sanno che l’euro con le premesse di un’Europa senza unione politica è un clamoroso fallimento, ma proprio perché inducono povertà e declino servono allo scopo politico che è poi quello di instaurare un’oligarchia economica di fatto. E la politica divenuta oligarchica nel ventennio berlusconiano ormai trova il disegno vantaggioso per sé. Immagino già che qualcuno storcerà la bocca, magari in buona fede, assuefatto all’idea che esista una scienza economica e dunque una necessità, sedotto dall’inazione, confortato nella propria nicchia di vigliaccheria. Però ormai la cosa non è solo chiara a leggere dietro le righe, ma te la spiattellano paro paro senza più ipocrisia e vergogna. Basta leggere ciò che ha detto tempo fa il premio nobel Robert Mundell al Guardian:   “la creazione dell’area euro viola le regole di base economiche dell’ area monetaria ottimale, ma la moneta unica è una buona cosa perché in qualche modo è il Reagan europeo:  pone la politica monetaria fuori dalla portata dei politici. Senza la politica fiscale, l’unico modo perché le nazioni possano mantenere posti di lavoro viene dal mercato”.

Altri premi nobel per l’economia (ma su questo si dovrà fare un discorso perché non sono altro che il sottoscala accademico della finanza) fanno pressioni, come Michael Spence e ci dicono o Monti o la Grecia, anche di fronte  all’evidenza che Monti è la Grecia. Peraltro balbettando cifre prive di senso, proprio sbagliate, segno che doveva fare la sua lezioncina, come è accaduto del resto in tutti e due mesi prima delle elezioni francesi quando pareva – a sentire questa gente a libro paga – che senza Sarkozy la Francia sarebbe andata remengo. Ma a sorpresa è anche quello che dice Joschka Fischer, l’ex verde e ministro degli esteri tedesco all’epoca di Schroeder, amico di Cohn Bendit,  proveniente dalle battaglie della sinistra radicale tanto da essere stato accusato di aver lanciato molotov in occasione di una manifestazione a sostegno di Ulrike Meinhof. Ma dopo l’uscita della politica eccolo lì a fare l’advisor di Goldman Sachs e Barclays, eccolo a capo di una società di consulenza finanziata da Soros. Mutazioni non ignote nella sinistra, ma che in questo caso hanno alterato profondamente l’idea di federazione continentale da lui espresse in passato e che gli hanno valso l’entrata nel Gruppo Spinelli. E così eccolo a scrivere sulla Suddeutsche Zeitung di cui è editorialista la sua idea secondo la quale la crisi è un acceleratore delle riforme e di un federalismo che in sostanza si costruisce attorno alle banche e non più agli stati. (“Die Euro-Gruppe steht gegenwärtig an der Schwelle zu einer Bankenunion” ). E così cadono i “Tabù”, vale a dire i diritti, il rifiuto della precarietà, il welfare,  l’idea stessa di cittadinanza. L’ideale europeo è rimasto, ma le ragioni per le quali l’europeismo è nato sono state ormai travolte e stravolte, sono diventate anzi il loro contrario, come se attraverso il passato si potesse riscattare la miseria del presente.

Ciò che i potenti vogliono è un dittatore europeo che metta a loro posto le conquiste del lavoro e la democrazia. Un dittatore discreto, diffuso, silenzioso, con i baffetti invisibili del mercato.

 

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