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Pedofilia, “degradato” e spedito a Malta il monsignore che denunciava l’ipocrisia del pentimento

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Dappertutto si è parlato del corvo vaticano e del processo truffa che si è svolto nelle sante sale di giustizia pretesca. Ma approfittando degli occhi puntati su questa vicenda, altri e ben più inquietanti corvi hanno agito, mentre tutti i media zitti e buoni non hanno visto o hanno fatto finta di non vedere: è accaduto infatti che monsignor Charles J. Scicluna sia stato rimosso e rispedito a Malta da dove viene in qualità di vescovo ausiliario per esplicita volontà papale. Un ben misera carica per l’uomo che fino a ieri è stato promotore di giustizia nell’ambito della Congregazione per la dottrina della fede e che in virtù di tale carica si è trovato ad affrontare tutta la vicenda della pedofilia.

Macchiandosi però di alcuni imperdonabili errori: quello di aver svelato l’abominevole vita di Marcial Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo, profittatore, drogato e pedofilo così accanito da aver approfittato persino dei tre figli avuti da due donne diverse. Si deve a lui se questo personaggio non è stato beatificato, nonostante fosse uno dei cocchi di Papa Wojtyla  e dei cardinali di corte cui portava consistenti mazzette perché appoggiassero il proprio movimento e tacessero. Ma soprattutto quello di aver parlato chiaro sulla scarsissima volontà delle gerarchie di dare corso concreto al “pentimento” che alla fine il Papa ha dovuto inaugurare di fronte all’incalzare degli scandali.

Nel 2010 disse ad Avvenire, il quotidiano della Cei,  che   era preoccupato per “la cultura del silenzio che vedo ancora troppo diffusa nella Penisola”, creando così una guerra tra la commissione episcopale e il Vaticano. Ma a luglio di quest’anno l’ha fatta ancora più grossa: ha attaccato infatti l’insincerità delle linee guida anti pedofilia che tutti gli episcopati avrebbero dovuto elaborare, cosa che invece per la metà non hanno fatto. In una intervista al settimanale dei paolini Jesus ha puntato il dito sul documento elaborato dai vescovi italiani e soprattutto sulla parte del documento che afferma con ipocrisia senza vergogna  “il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto” . Dunque la collaborazione con le autorità civili che doveva essere il punto di svolta rispetto alla copertura degli episodi e al silenzio, viene completamente a mancare. Nemmeno la penitenza di un pater ave e gloria dopo la confessione.
E’ così si è scelto un momento in cui tutti gli occhi era puntati altrove per liberarsi dello scomodo monsignore senza che la cosa suscitasse qualche interrogativo.

Interrogativo che riguarda principalmente la sincerità di un pentimento, necessario per non perdere la faccia, ma evidentemente non molto sentito, come se la pedofilia fosse considerata come una sorta di correlato al celibato, peccaminosa sì, perché la carne è debole, ma riscattata in qualche modo dall’essere una indesiderata conseguenza della missione. Dunque qualcosa da cui tenere lontane le autorità civili e la legge, invocata invece quando si tratta di conservare privilegi e/o di aggredire la società pretendendo che essa sia fatta a immagine e somiglianza di una concezione integralista della religione. Così la chiesa si pente e si assolve da sola e tutto va avanti come prima. Forse più di prima.

 

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