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Serra si è addormentato sull’amaca

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avere il coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata, l’arte di renderla maneggevole come un’arma; l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi. Tali difficoltà sono grandi per coloro che scrivono sotto il fascismo, ma esistono anche per coloro che sono stati cacciati o sono fuggiti, anzi addirittura per coloro che scrivono nei paesi della libertà borghese. (B. Brecht (in Scritti sulla letteratura e sull’arte, a cura di Cesare Cases, Einaudi, Torino 1973).
La trovate facilmente su Internet questa citazione, ma dubito che la troverete sui nostri media. E non circola nemmeno sulle bacheche dei social network solerti nel fare operosi copia incolla di schizzinose lezioncine su comesistaalmondo, guardando la vita passare dal davanzale della finestra.

Oggi è la volta di Serra, uno dei più amati dagli italiani che partecipando del risveglio dei ragazzi orbati di futuro e equipaggiati dell’innocente e fisiologico sdegno arruffone e volonteroso dei cuccioli tramite Rai24 news, ha colto fior da fiore uno slogan un po’ cretino e se ne appropria per uno di quei suoi pensierini in punta di penna.
Non so a voi ma uno degli aspetti più fastidiosi della senescenza è l’inclinazione cui spero di sapermi sottrarre e se non lo faccio abbattetemi, all’appropriazione indebita delle battaglie dei figli e dei posteri per guidarle e viverle di seconda mano come se non bastassero gli errori e le viltà compiute di prima mano.
È una delle forme di vampirismo più codardo: usato per lo più per liberarsi dell’oneroso fardello del personale contributo che i vari profeti hanno offerto al conformismo, alla banalità, alla dislocazione di idee e riferimenti su obiettivi più comodi e sedentari. E in questo caso alla responsabilità individuale e collettiva che ricade su opinionisti brillanti e faceti o osservatori privilegiati supponenti e distaccati: quella di aver ridotto opposizione e critica a invertebrate espressioni del proprio ego, averle piegate a negoziazioni da bottega, all’appagamento non sempre legittimo e quasi mai nobile, di ambizione e arrivismo. Come è avvenuto per la sinistra politica, anche i media hanno docilmente ceduto allo sbrigativo pragmatismo che impone di non immaginare, non sognare, non prevedere, non pensare, chè il diktat cui si deve ubbidire è quello delle realistiche leggi del mercato, con la riproposizione seriale di necessità imprescindibili che impongono di rinviare il futuro di tutti in nome dell’adesso privilegiato di pochi, con l’intimazione di ricatti sempre più implacabili cui sembra non ci si possa sottrarre pena l’affondamento negli abissi dell’esclusione sociale.

Si “camerata basco nero il tuo posto è al cimitero”, è uno slogan infelice e inopportuno. Quanto la sua estrapolazione vigliacca dal contesto dell’urlo dei ragazzi incazzati e menati che saliva dalle strade di Torino o Roma o Milano. No, caro Serra, questi espedienti coerenti con la manierata e compita macelleria governativa e imprenditoriale lasciali a quelle maggioranze silenziose che si sono avvicendati sui marciapiedi della storia, te le ricordi? Quelle del: “ma andate a studiare, fannulloni”, quelli del “dovrebbero andare a zappare o in miniera”, quelle del “ma va a lavura’, parassita”, come se oggi fosse ancora plausibile l’alternativa tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, in tempi di degradazione di ambedue a schiavitù, come se fosse possibile la “condanna al lavoro” come punizione in una società senza lavoro, dove un posto, qualunque sia, è un miraggio.

Serra, la mia generazione e quelle contigue, non dovrebbero stupirsi se ha attecchito la mala erba del risentimento, della violenza becera, del livore rancoroso: è una delle componenti essenziali di una ideologia che ha come vocazione alimentare conflitti, divisione, ostilità tra amici, familiari, ceti, uguali, per nutrire disuguaglianze, inimicizia, antagonismo, per sopraffare chi nella separatezza dagli altri si isola e si indebolisce, perché la solitudine promuove vulnerabilità e permeabilità all’autoritarismo, alla delega, alla servitù.
Intanto per dirla con Brecht dovremmo cominciare col dire la verità, sottraendola alla censura e alla manipolazione del potere, ma anche all’autocensura, e consegnarla al popolo, affinché possa utilizzarla come un’arma per abbattere i pochi potenti che dominano sui molti e perché i molti non siano più deboli. Ed anche: “in tempi di oppressione, ci vuole coraggio per parlare di cose basse e meschine come il vitto e l’alloggio dei lavoratori, mentre tutt’intorno si va strepitando che ciò che conta è lo spirito di sacrificio”, ammonisce profetico. E ha ragione, è allora che l’intellettuale deve svestire i panni dell’umanista che si interessa alle generiche del genere umano, per distrarre e intrattenere il popolo, distogliendolo da ciò che viene a mancare (lavoro, casa, scuola, salute) come dall’identità dei responsabili del furto e dell’ingiustizia perpetrato ai suoi danni.

Allora è vero che bisogna avere il coraggio di dire la verità non solo riguardo ai potenti, ma anche riguardo ai deboli., perché spesso chi è colpito perde la facoltà del giudizio, convincendosi addirittura che la bontà sia premio a se stessa. Per troppo tempo abbiamo pensato che bastasse essere dalla parte giusta, gratificati di essere stati buoni, contro i malvagi. Ma forse siamo stati colpevolmente incapaci di vincere. La nostra inadeguatezza non facciamola pagare ai nostri figli: la bontà sconfitta non serve a niente, non testimonia niente, diciamo la verità sui vinti, perché non continuino a essere vinti e a chi viene dopo di noi perché non lo siano mai.

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