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Privato e “Pubblico”

Dalla parte degli ultimi e dei primi.  Il motto di “Pubblico” si va concretizzando già al secondo numero: si tratta di sostenere le ragioni dei primi, dando pacche sulle spalle agli ultimi. Qualcosa che assomiglia molto al direttore Luca Telese, ex berlusconiano, ex sostenitore della Polverini, ex(?) fan di Marchionne, ex del Fatto e amicissimo di Porro, vicedirettore de il Giornale che ci deliziava a La 7 con il suo liberismo da sala biliardo. Qualcosa che assomiglia molto all’Italia atona e a encefalogramma piatto, uscita fuori dal ventennale tritatutto del Cavaliere.  E non a caso il primo numero presentava un intervista a Bersani che pare la pietra angolare  di questo modus vivendi et operandi: il segretario del Pd infatti ha spiegato che stanno responsabilmente demolendo il welfare per responsabilmente ripristinarlo in un ignoto futuro.

Un bambino non capirebbe e domanderebbe: perché? Alle volte potrebbe farlo anche un giornalista, si narra che questo avvenisse nelle notte dei tempi. Ma oggi no, si fanno deliziosi bozzetti sui call center in Calabria, però  nessuno si domanda come mai si persegua il profitto sull’impoverimento altrui. Eh già lì è meglio fare silenzio e lasciare spazio a Pierluigi, la Penelope di centro sinistra o ai Proci già in fila per essere più primi degli altri. E’ una specie di maligno zeitgeist quello che spinge alla lamentela descrittiva, senza mai osare l’inaudito: contestare gli assetti sociali e la politica che li sostiene, li subisce o li mantiene, visto che ormai le distinzioni tra destra e sinistra sembrano limitati al ruolo in commedia e non alle, idee, alle progettualità, alle speranze e alla critica.

Si dice che il buon giornalismo stia nella descrizione onesta dei fatti. Ed è vero, fatta salva la millenaria discussione su cosa si debba intendere per fatti. Ma se si esaurisse in un collage di eventi, di opinioni, di bozzetti, di interviste e di numeri, senza cercare faticosamente un legame tra di essi, sarebbe del tutto inutile. Il giornalismo notarile è altrettanto vuoto di quello servile e come quest’ultimo non può che adeguarsi all’ideologia dei primi, aggiungendovi l’ipocrisia consapevole o inconscia della neutralità. Ciò di cui questo Paese ha bisogno è di un’informazione che reagisca come un essere umano e non come un computer quando un politico dice una straordinaria cazzata o un grande manager cerca di prendere per il sedere il Paese con raggiri di cui si accorgerebbe anche un cieco in preda all’ubriachezza. Che chieda ragioni, spiegazioni accurate e non comunicati stampa da pubblicare se viene da un amico o da buttare nel cestino se è di un nemico.

E’ di questo che abbiamo bisogno. Di un quarto potere, non di qualcosa che sia al servizio degli altri poteri, di un cane da guardia della democrazia, non di cocker con la museruola. E nemmeno di bacheche sulle quali la realtà si accumuli senza essere compresa. Men che meno di paternalismi che fanno dire al neo direttore del neo giornale che i nostri guai derivano “dall’Italia babbiona nemica del merito”. Di certo Telese ha saputo ben accorgesi dei meriti di Marchionne, di Berlusconi o della Polverini. E’ infatti il merito esiste solo nella misura in cui si abbia l’intelligenza di riconoscerlo. Mi chiedo se la classe dirigente fallimentare di questo Paese sia un vaglio soddisfacente per selezionare i “primi”, anche se per caso lo volesse e  non mettesse rampolli e favoriti a tappare ogni buco. Quindi sarebbe forse il caso di chiamare i primi col loro vero nome: padroni. Anche se questo è meglio non renderlo pubblico.

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