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Uomini sommersi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Accora troppo calcolare quante volte, anche su questo blog, abbiamo partecipato del lutto per il crimine collettivo, consumato in un bel mare che sa essere tempestoso, ostile, assassino.
Il ripetersi seriale sprofonda la notizia sempre più giù nei media, vivacizzata solo se si può vantare l’esclusiva della testimonianza del superstite, o l’immancabile dichiarazione governativa, oggi quella di Monti: è importante non far finta di non vedere. In verità il loro codice genetico, la loro ispirazione spontanea non è a far finta, non vedono proprio, non sentono, vivono in quella distanza, in quella separatezza che li esime dalla solidarietà, dall’appartenenza, dalla compassione e anche dalla responsabilità.
Pare che stavolta i sommersi siano 79. Le autorità indagano ma ormai c’è poco da accertare, il traffico di fame, disperazione, dolore, esistenze stremate e ferite è uno dei brand della criminalità in tutte le latitudini, promosso piu’ che tollerato da una “economia” sempre più cinica, sempre più rapace, che aspira a ridurre a mercato qualsiasi relazione, qualsiasi speranza, qualsiasi ideale … e qualsiasi uomo in schiavitù. E che così incrementa concorrenza interna, crea disordine e incertezza, esaspera un ingiuriosa guerra tra poveri.

C’è stato un governo che combinava questa teocrazia del profitto con la xenofobia, alimentando e facendo affiorare istinti sepolti, che diventavano sempre più espliciti e potenti via via che veniva spazzato il sogno di opulenza e perdeva credito quel racconto spettacolare, quello che narrava di cascami di benessere che sarebbero piovuti giù anche a noi, più o meno egualmente, grazie alla ricchezza di pochi. C’è ora un governo che non ha più bisogno di nutrire avversione, risentimento, ostilità nei confronti degli “altri”, che tanta ne ha coltivata anche tra chi si assomiglia per colore, origine, religione, mettendo contro generazioni, amici, parenti, famigliari, rompendo vincoli di affetto, di solidarietà perfino tra chi è ugualmente vittima, perfino tra chi dovrebbe ritrovare coesione per affrancarsi e salvarsi.
Hanno perfino istituito un ministero ad hoc scegliendo un tecnico con un ineccepibile curriculum di pietas cristiana, meglio di niente, e referenze indiscutibili maturate nel terzo settore, quello privato, quello del volontariato che effettua un potere sostitutivo rispetto alle politiche statali. Gente di buona volontà, molto foraggiata e con robuste alleanze confessionali, di quella chiesa che per sua stessa ammissione rivendica un ruolo di consulenza “neutrale” su questioni etiche, assumendosi competenze statali, ma attraverso la solidarietà selettiva di Biffi e del Papa, secondo la quale tutti gli stranieri vanno amati – e verrebbe da dire tutti i poveri – ma solo coloro che sono pronti a abbandonare la propria identità sono pienamente “italiani”, integrati, voluti.

Ben altro ci vuole. Oggi più che mai, oggi che non esistono confini ben rintracciabili della disperazione, della miseria, della sopraffazione, oggi che si estende sempre di più un Terzo Mondo dentro all’Occidente, una marginalità offesa dentro alle nostre città, una perversa condanna all’esclusione perfino delle famiglie, sempre meno attrezzate per assolvere a compiti che dovrebbero essere dello Stato sociale.
E se non esiste amicizia tra chi è affine e si assomiglia, figuriamoci tra diversi in un paese che più chè l’oblio ha assunto come cifra la rimozione. Che non vuol ricordare la sua povertà, sentendo come una ingiusta e illegittima perdita l’erosione del benessere, che pensa come a una personale vergogna l’emigrazione dei nonni, che vede come una episodica e estemporanea esuberanza al suono di Faccetta Nera il colonialismo cialtrone del fascismo, che ha però saputo essere sanguinario, grazie ad esempio all’assassino cui si è appena dedicato un sacrario. Che distoglie lo sguardo e la memoria della leggi razziali del ’38, per replicarle sotto forma di razzismo amministrativo, sobrio e “necessario” a garantire ordine sociale.
Abbiamo sviluppato la tendenza a chiuderci nel bozzolo del relativo benessere e ora ci isoliamo nell’addolorato recinto della paura. D’altra parte la “fortezza” Europa ce l’ha chiesto, salvo esprimere riprovazione per qualche eccesso, e ha sempre praticato un poco commendevole numero chiuso nell’ammissione degli stranieri a seconda dei proprio bisogni, ma lesinando sull’accoglienza. E non c’è da aspettarsela da una potenza che adotta la stessa incurante e spietata “repressione” nei confronti dei suoi stessi cittadini, di interi popoli, rifiutati come un Sud parassitario da punire.

E se, come è evidente, l’Italia non ha fatto i conti con il fascismo, tanto che vive come desiderabile l’infame pacificazione che omologa martiri e assassini, che riscatta misfatti e manipola la storia, ancora meno li ha fatti con il razzismo e il colonialismo, che rappresentano un lascito opaco che pesa sulla vita civile e costituiscono un humus fertile per politiche discriminatorie.
Non vi sono state assunzioni di responsabilità per gli atti compiuti né tanto meno elaborazione del lutto per i crimini commessi, in un clima di autoassoluzione diffuso e generalizzato, quello che accredita lo stereotipo degli italiani brava gente.
Non siamo brava gente né con la gente che arriva e nemmeno con la nostra, meglio sarebbe stato – e la colpa ricade sulla politica, sulla ricerca storica, sui media, sulla scuola – meglio sarebbe stato un salutare trauma culturale che imporrebbe un approccio civile e democratico nei confronti dell’africano “colonizzato” di ieri e l’immigrato respinto di oggi. Imporrebbe una vergogna a posteriori, una vergogna odierna e una vergogna futura per i torti inflitti e che potremmo infliggere. E anche per quelli che sopportiamo e che rappresentano una colpa nei confronti dell’umanità che alberga ancora in noi.

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