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Europa, la civiltà messa in croce

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ce lo chiede l’Europa: la rinuncia a garanzie e diritti del lavoro, essere all’avanguardia nella manomissione della carta costituzionale, indurre al cannibalismo le nostre mucche. E varie misure in materia di galline ovaiole, trattati sui merluzzi, sottomissione nella miseria di interi popoli, come ben si addice a una grande unione politica e morale.
Ora la Corte europea dei diritti dell’uomo è chiamata a pronunciarsi sui temi “eticamente sensibili, che riportano all’annosa questione delle radici cristiane ma più in generale alla sconcertante intermittenza dell’Europa che sa esprimere riprovazione per soprusi nei confronti di immigrati maltrattati e intanto soffoca la democrazia e annienta la sovranità di interi popoli.

La Corte deve decidere su presunti casi di feroci discriminazioni nei confronti di lavoratori cristiani. Si tratta di Nadia Eweida impiegata dalla British Airways cui la compagnia impone una divisa con giacca e cravatta, impedendole di “mostrare” il crocifisso che reca al collo. Il secondo caso è quello di una infermiera, Shirley Chaplin costretta a dismettere il crocifisso al collo, nel timore che qualche paziente potesse farsi male “appendendosi” alla catenina. Gli altri due ricorrenti vogliono venga loro riconosciuta una incivile obiezione di coscienza: sono un’impiegata dell’anagrafe nei servizi di stato civile e di un consulente nel campo di disturbi e patologie sessuali e ambedue lamentano di essere stati discriminati per essersi rifiutati di svolgere mansioni lesive del loro credo. Quelle che avrebbero cioè implicato l’accettazione dell’omosessualità “contraria alle leggi divine e alle loro convinzioni personali”.

Tutti e quattro si appellano agli articoli 6 (sulla libertà religiosa) e 14 (sulle discriminazioni) della Convenzione dei diritti dell’uomo. Nel primo caso sconcerta che a sentirsi perseguitati siano credenti e militanti di religioni “maggioritarie” che in alcuni Paesi europei vantano innegabili vantaggi e che anche mediante leggi dello stato hanno fatto sì che questa rendita di posizione venisse sancita attraverso la penalizzazione di luoghi e simboli di altri credo religiosi. Come se i padroni si lamentassero di essere discriminati dai poveri se non li accolgono entusiasticamente alla bocciofila della casa del popolo, vorrebbero che anche le esternazioni e le manifestazioni della loro fede godessero di trattamenti privilegiati. Gli stessi che li esimono in Italia dal pagamento dell’Imu e che ancor più paradossalmente esonerano i loro sacerdoti dall’ubbidienza alle leggi dello Stato, confermandone la natura di cittadini di serie A, discriminati si, ma per eccesso.
Per carità di questi tempi vanno difesi tutti i diritti e tutte le libertà sul posto di lavoro. E fuori. Perché è un modo per tutelare il lavoro quando c’è, con i suoi valori e le sue prerogative, e per ricordarne la pregnanza nella vita delle persone. E la Corte dovrebbe essere chiamata a pronunciarsi appunto sui referendum della Fiat, sulla cancellazione dell’articolo 18, sui minatori inglesi e italiani, sulle misure che lo annientano in varie geografie europee non più democratiche.
E se qualcuno tra i fortunati che ce l’hanno, il lavoro, vuole esibire crocifissi, stelle di david, l’A di anarchia, la falce e il martello dovrebbe essere legittimato a farlo, anche se oggi può sembrare una battaglia di retroguardia. Mentre non lo è affatto quella di chi intravvede dietro certe istanze pretestuose il tentativo di riaprire in una Europa che si sfarina il contenzioso sulle sue radici cristiane, come fanno in Italia i fautori del crocifisso di Stato, festosamente alleati di chi con quel simbolo si sarebbe dato a sconsiderati passatempi erotici. Forse l’Europa più che ramificarsi sulla cristianità, è cresciuta sull’ipocrisia. E non è un caso che il richiamo a contenuti morali e religiosi suoni come un richiamo in presenza dell’evaporare di vincoli di coesione, di valori democratici, di idee ispirate alla solidarietà e all’uguaglianza.

Non solo da noi la Chiesa, anzi le chiese, si dichiarano verbalmente a favore del sistema democratico e secolarizzato. A una condizione però, che i sistemi politici riconoscano alla loro base un deficit strutturale di valori che solo la religione e la tradizione specialmente cristiane, sono in grado di colmare offrendo l’ethos di cui le democrazie avrebbero bisogno.
Insomma lo Stato liberale vivrebbe di presupposti morali che non sa e non può garantire e a questi deve pensare la chiesa, col suo sistema di regole, norme, idee e pratiche. Infatti ci pensa fin troppo, specialmente da noi, con una invadenza sempre più prepotente, segnale inequivocabile della sua accertata vulnerabilità incrementata da gerarchie sorde ai bisogni, alle inclinazioni, alle aspettative della comunità dei fedeli, che vuole intridere anche le vite dei laici, imponendo la sua morale religiosa come etica pubblica attraverso la gestione in regime di monopolio dei temi sensibili.
Verrebbe da ricordare alla Corte che per sua natura non è chiamata solo a dirimere questioni e pronunciarsi sula giurisprudenza. E che comunque i diritti non sono regolati da postulati aritmetici. La negazione in nome della fede dei doveri di cura, assistenza e compassione in nome di principi religiosi non ha nulla a che fare con la fede professata e nemmeno con la democrazia. Ha a che fare solo con la bestialità.

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