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Moody’s e Fitch: come il governo si paga la campagna elettorale

In un certo sono contento degli inattesi giudizi sull’Italia emessi da Moody’s e Fitch: la loro straordinaria e improvvisa conversione in favore di Monti, dimostra una tesi che cerco di portare all’attenzione da più di un anno: la crisi del debito ha una radice essenzialmente politica e non economica. L’attenta gestione di paure, docce fredde, consolazioni da parte di questi monatti del liberismo non ha nulla a che vedere con l’economia reale, ma molto con le “riforme” che essi vorrebbero: meno democrazia, meno diritti, meno salari, meno welfare e last but not least, svendita di beni pubblici.

Non ci vuole molto a classificare i loro giudizi, privi di qualunque appoggio analitico, come una campagna elettorale in favore di un governo Monti: la ridicola idea di Moody’s  secondo cui nel 2013 l’Italia e la Spagna dovrebbero ritornare alla crescita pre crisi sulla base di pittoreschi ed errati paragoni scandinavi – facendo le “riforme” ovviamente – potrebbe essere interpretato al massimo come un patetico assist a un (ex ?) collaboratore che oggi si trova a fare il premier. Di Fitch e del suo capo analista David Riley – sotto inchiesta per giudizi negativi  altrettanto gratuiti nell’inchiesta di Trani – sarebbe meglio non parlare visto che appena un mese fa, il 19 luglio, aveva confermato l’outlook negativo per il nostro Paese. Dunque o si tratta di un cretino o di un personaggio di straordinaria ambiguità : non è un caso che sia stato accusato di entrambe le cose – incompetenza e  interesse privato –  in pieno parlamento britannico.

La radice del male sta nel gigantesco conflitto di interessi che le tre grandi agenzie di rating rappresentano visto che devono giudicare chi li paga, compresi i loro azionisti che a loro volta determinano in buona misura il mercato. Ed è qui che si salda la loro ottusa fede nel liberismo e nelle sue contraddizioni con gli interessi di bottega, ovvero con i giganteschi profitti che fanno ( circa un miliardo l’anno per i dare voti a Stati, società, singole emissioni di obbligazioni): la permanenza di un governo Monti non rappresenta solo l’opzione politica della finanza, ma anche un mucchio di buoni affari. Facciamo caso al 19 luglio e all’outlook negativo di Fitch: ancora non era uscito il piano Grilli e quello Amato -Bassanini per la vendita massiccia di beni pubblici e partecipazioni dello Stato che ovviamente rappresentano in via diretta e indiretta attraverso il circuito bancario, un sacco di soldi per le agenzie di rating. A loro tocca il compito di “analizzare” e valutare il grande mercato di ciò che resta del Paese. E per società che hanno straordinarie redditività, vicine o addirittura superiori al 50% significano cifre imponenti.  Ma adesso che la svendita si delinea ecco che l’opinione cambia da un giorno all’altro, fidando nel fatto che i popoli citrulli ci cascheranno. Senza dire che nelle operazioni sono direttamente interessati i maggiori azionisti sia di Moody’ che di Fitch*

Tutto questo potrebbe essere messo in forse da un governo diverso da quello Monti, uomo del loro stesso ambiente e dunque scendono in campo a fare battaglia elettorale. Ma attenzione non gratuitamente, a spese degli italiani che dovranno in qualche modo pagare il conto di questa intermediazione valutativa che andrà ad incidere sui ricavi. Quindi l’ex advisor di Moody’s non raccoglie solo gli apprezzamenti e le preci dei suoi correligionari, ma di fatto indirettamente li retribuisce.  Dal momento che qui parliamo di circa 200 miliardi nel giro di un quinquennio, si può stimare che il partito Monti costerà in termini di “contributi elettorali”  più di tutti gli altri partiti messi insieme.

Certo la “svolta” ha anche ragioni più generali: le vicine elezioni olandesi e le decisioni della corte costituzionale tedesca sul Mes, tutte cose che avranno peso nella conservazione di strumenti e assetti che rappresentano un grimaldello politico. Ma se si può unire l’utile al dilettevole tanto meglio. E certamente Monti è il massimo sia dell’uno che dell’altro per questi squali.

 

*Moody’s. L’azionariato comprende alcuni tra i più importanti gestori di fondi (gli stessi di Standard&Poor, guarda caso) come Fidelity, Vanguard e Morgan Stanley Investements. Ma l’azionista maggiore, con il 13, 4% , è la  Berkshire Hathaway di Warren Buffet, con forti interessi nelle assicurazioni sanitarie e pensionistiche e dunque nella distruzione del welfare oltre che negli investimenti immobiliari. 

Fitch. Di proprietà della francese Fimalac (servizi finanziari e attività immobiliari) e del gruppo Hearst  con interessi in stampa e televisione (Elle, Gente, Marie Claire, Cosmopolitan, Home in Italia) e nel settore immobiliare.

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