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Oggi si recita a soggetto: Pentiti fratello mafioso

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sapientemente Bianconi del Corriere della Sera ci mette a parte della sceneggiatura: il 26 maggio scorso, tre giorni dopo il ventesimo anniversario della strage di Capaci, i parlamentari del Pd Giuseppe Lumia e dell’Italia dei Valori Sonia Alfano si presentano al carcere di Parma. Vogliono persuadere Provenzano a collaborare con la giustizia. E lui, immancabilmente – i figli so’ piezzi e’ core – risponde: «Sì, ma i miei figli non devono andare al macello». I due visitatori gli assicurano che lo Stato – a differenza di quello che fa con i nostri di figli – potrebbe garantire loro un avvenire e Provenzano: «Fatemici parlare, e poi sarà la volontà di Dio». Così vengono ammessi alla sua presenza i magistrati della Procura antimafia di Palermo, che ottengono un generico: «non voglio fare del male a nessuno». Poi il 4 luglio, “dopo che all’illustre detenuto ristretto al «41 bis» era stato notificato l’avviso di conclusione indagini per l’omicidio Lima e la trattativa Stato-mafia”, Lumia e la Alfano ci riprovano con una perla della letteratura di genere: «Un uomo con la schiena diritta sta con lo Stato e la legge dello Stato» dice Lumia. Il teatrino prosegue con un edificante dialogo tra impenitente e senatore: «Sia fatta la volontà di Dio», «non c’è Dio senza verità». Il padrino si sottrae, sostiene «di non avere più una buona memoria, e quindi di avere paura di fare “malafigura”» e poi ripete ossessivamente i suoi timori per i figli, il tutto, dicono gli agenti di custodia, che hanno annotato buona parte del dialogo tra il padrino e i parlamentari, in stretto dialetto siciliano. Ma la conterraneità non premia e lil balbettio degli attori in teatro si ferma là. Ma i due deputati irriducibilmente impegnati nella loro edificante missione fanno altre due tappe: una per incontrare il capo-camorrista del clan dei casalesi Francesco Bidognetti, detto Cicciotto ‘e mezzanotte; l’altra per convenire alla presenza di Antonino Cinà, il medico mafioso anche lui imputato per la presunta trattativa a cavallo delle stragi del ’92, entrambi costretti al «41 bis».

La magistrale ricostruzione di Bianconi ha suscitato polemiche e costituito schieramenti a volte sorprendenti.
In me ha indotto un profondo malessere. Che mi spiego intanto con l’abuso eufemistico, per non dire parodistico, del termine pentito, precoce o tardivo, per designare criminali e malfattori pronti a necessarie abiure in cambio di benefici personali o familiari. Come dire che chi appicca un incendio a fini speculativi è un piromane. O che Lusi è uno sventurato cleptomane.

Ma dovrebbe disturbare e non solo me anche l’approccio intermittente, che, con un brutto ma inevitabile neologismo, alcuni chiamano “doppiopesismo”. Secondo il quale in materia di intercettazioni il bavaglio è illegittimo a meno che non tappi bocche che chiedono trasparenza anche in territori più elevati di altri. O che ritiene l’informazione inalienabile a meno che non venga sottoposta a desiderabile autocensura in nome di tutele arbitrarie e discrezionali. Se, come è evidente, il “tour” dei due parlamentari aveva motivazioni legittime e nobili intenti, se tutto è avvenuto in modo trasparente, se ciononostante gli esiti non sono stati quelli desiderati, non si tratta certo di una notizia sensazionale, ma nemmeno si giustifica una cortina di silenzio. E giova ricordare quello che scriveva Giuseppe Fava poco prima di essere ammazzato: “un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene costantemente all’erta le forse dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo”.

Forse mette a disagio quella generalizzata ipocrisia di un ceto dirigente che intride anche il senso comune e per effetto della quale non avendo salvaguardato in tempo debito le vittime si collocano i congiunti in un’area di generosa protezione che va ben oltre il doveroso risarcimento e sconfina nella inviolabilità, nella grata gratificazione, secondo una estensione di quel disuguale familismo che produce direttori di giornali, consiglieri di amministrazione della Rai, parlamentari intraprendenti o invisibili. E che mette al riparo da ogni critica e obiezione subito tacciate di codarda infamia, che si sa, la patria glielo deve. Come se il dolore, la perdita, la condizione di orfani, vedovi, parenti orbati producesse fisiologicamente competenza e conoscenza, indiscutibili e inattaccabili.
È che c’è poco da dire: le patologie indotte dalla religione permeano tutto con un tremendo veleno, facendo preferire il senso di colpa alla scomoda azione preventiva o al contrasto, così come, nel caso specifico, intossicando tutto con un nemmeno troppo sottinteso fine di edificazione, redenzione, riscatto mediante il riavvicinamento a Dio e quindi al bene e perfino allo Stato e alle sue leggi.
E d’altra parte “pentirsi vuol dire che siamo inorriditi per la grande distanza che c’è, a causa del peccato, tra Dio e noi”, dice la Chiesa e pare anche qualche parlamentare fiducioso della riduzione dell’espiazione come strada maestra della redenzione. Sarà probabilmente questo profumo di incenso, quel certo pietismo compassionevole, a attribuire umanità e onore a bestie che non sono uomini né tantomeno uomini d’onore, invitati a agire con civiltà, senso dello Stato, lealtà, sottintendendo una accettazione di quei codici criminali e malavitosi che dovrebbero limitarsi a fare da contenuto narrativi alla cattiva letteratura sul tema delle mafie.
Eppure credo abbia ragione il magistrato Gratteri quando lamenta una certa aerea distanza della Chiesa che da un lato esprime generiche e rituali condanne e dall’altro impartisce la benedizione apostolica alla figlia del boss Pasquale Condello in occasione del suo matrimonio.

E proprio Gratteri con tutti i magistrati in prima linea nel contrasto alle mafie ricorda che i collaboratori di giustizia si sono rivelati uno strumento importante per la giustizia che se ne è servita per uscire dalla stagione del terrorismo e per conseguire fondamentali successi nella lotta alla criminalità. Ancora oggi l’attività investigativa e giudiziaria li impiega nell’esclusivo interesse della giustizia e senza lasciarsi condizionare da valutazioni morali e etiche. Ed infatti eventuali azioni di negoziato con i collaboratori devono essere intrattenute da chi ne ha la competenza e la responsabilità.
Le iniziativa volontaristiche, frutto di ingenuità o legittima ambizione, a prescindere dagli scarsi o nulli risultati, assomigliano alla beneficenza che si sostituisce al welfare, ma soprattutto a quella pratica di uso improprio affaccendato e irrispettoso delle regole, che elude i compiti, i doveri, le prerogative.

Dai parlamentari impegnati nei loro obblighi istituzionali e di rappresentanza ci aspettiamo leggi che contrastino la criminalità, compresa quella economica, misure contro la corruzione e il riciclaggio, azioni di sostegno agli organismi di controllo impoveriti e annullati, interventi parlamentari contro le pretese di impunità, contro l’egemonia del personalismo, contro i condoni, gli scudi, i perdoni. E da cittadini dobbiamo perseguire la denuncia e la verità. Attività meno sensazionali, meno visibili, ma le uniche che ci spettano per diritto e per dovere.

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