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Casa Fornero: la sit-com delle nostre lacrime

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che barba che noia prima, proprio come Raimondo e Sandra: lei a insegnare, lui a scrivere, la figlia ormai grande e sistemata, la cerchia di amici, il solito tratran, contar soldi e conservarli. E la sera nella confortante magione piemontese lei che sbuffava tirandosi dietro le coperte, lui che chiosava il Sole 24 alla luce dell’abatjour, spuntando le quotazioni con la matitina.
Ma adesso no, adesso è un’altra cosa, adesso che oltre al profumo inebriante dei soldi e a quello rassicurante dei privilegi hanno assaporato quello elettrizzante del potere. Il lavoro si sa non le piace, ma adesso si tratta di faticare nel cantiere delle ambizioni: fare il ministro le si addice talmente che è disposta a superare il disgusto che le ispira la plebe, purchè la votino, pronta a menare fendenti perfino contro affini e famigli, a condizione che il tradimento le porti qualche consenso. Lui, che vuole emergere come pensatore illuminato nella pletora dei confusi economisti, cita Kipling – povera prole riottosa costretta a sentirlo declamare come Alberto Lupo alla radio: «Se riesci a tenere la testa a posto mentre tutti attorno a te la perdono… allora, figlio mio, tutta la terra sarà tua con quanto contiene», combinando l’aspirazione a profittevoli incarichi di consulenza con quella a una festosa e doviziosa accumulazione.

Così mentre lei, Elsa, scopre a sorpresa la crisi, bacchetta gli imprenditori e i manager salvo l’irresistibile che ha sempre la sua fiducia, riconosce dignità di lavoratore perfino agli operai e sembra pronta all’abiura della sua stessa riforma in un acrobatico negazionismo, l’ineffabile marito rispolvera la sua inossidabile intuizione dottrinaria sulla fine della febbre dell’oro, anzi sulla fine dell’oro tout court, una soluzione per riempire il buco con altro buco, per rimediare al male con altri contagi, per distillare allo stremo l’ideologia che sostiene la finanza creativa e immateriale.
Il fantasioso Deaglio periodicamente – oggi sa la Stampa – propone insieme alla liquidazione dei beni dello Stato, la vendita delle riserve auree per risanare parte dei conti pubblici. Altre volte aveva caldeggiato l’offerta sul mercato “delle riserve, finalizzata agli investimenti produttivi come la costruzione di infrastrutture”, magari grandi opere, si può supporre. E’ chiaro, secondo l’immaginifico fan di Kipling da lui definito spericolatamente il “poeta della globalizzazione”, che la quantità di riserve verrebbe venduta seguendo un piano magari quinquennale che preveda un determinato quantitativo d’oro. Se consideriamo che la quotazione del metallo giallo ha valori enormi, l’effetto per i conti sarebbe straordinario, per aiutare il “sistema Paese” a crescere in combinazione con la creazione di nuovi prodotti a basso costo e a larga diffusione, sulla falsariga di quelli artigianali, e lo sviluppo della capacità di costruire infrastrutture di base anche in Paesi emergenti. Insomma l’estroso principe consorte della ministra propone una poliedrica liquidazione, la produzione di creazioni artigianali tradizionali, magari taroccando a prezzo inferiore quelli imitati in Cina, perché come direbbe Kipling è il bello della globalizzazione, e magari andando a costruire altrove dove c’è ancor ameno democrazia, se possibile, ponti o dighe o Tav, qui interdette da frange irresponsabili e disfattiste.

Sbaglierebbe però chi pensasse che l’immaginosa bubbola della vendita delle risorse auree sia solo una esercitazione della mente fertile di uno scienziato di Laputa, tra una pera quadrata e abiti tagliati con l’astrolabio. No, invece è il volonteroso contributo a quel processo di smaterializzazione che ha investito la moneta, sino a farla scomparire a favore di un “sistema di registrazioni automatiche”, potenziando oltre ogni limite prevedibile il processo di autosufficienza della leva finanziaria, come fine auto propulsivo che tira i fili sottratti alla sfera degli Stati sovrani.
Le svendite dei beni comuni e dei patrimoni pubblici, la dissipazione che comporta la libera e dissennata circolazione dei capitali, la perdita di valore del lavoro ridotto a precaria e iniqua schiavitù mobile – pilastri della teocrazia del mercato e delle virtù domestiche della famiglia Deaglio-Fornero – hanno l’intento specifico di devastare la sovranità statale e di annientare la sfera politica, consegnandola a un ceto, anzi a una implacabile cupola planetaria, fatta di grandi patrimoni, di alti dirigenti del sistema finanziario, di politici che intrecciano patti opachi con i proprietari terrieri dei paesi emergenti, di tycoon dell’informazione, insomma quella classe capitalistica transnazionale che domina il mondo. Servita da quelli che qualcuno ha chiamato i capitalisti per procura, poteri forti per la facoltà che hanno di decidere le strategie di investimento, i piani di sviluppo, le linee di produzione anche di quel che resta dell’economia reale, secondo i comandi di una cerchia ristretta e rapace, banche, imprese, investitori e speculatori più o meno istituzionali che si accaniscono contro la sovranità statale e i popoli.
Stretti in vincoli di famiglia e ceto, grazie a quel poderoso collante ideologico, operosi in quegli iniqui cantieri di elaborazione ideologica, esercitano una pressione tale da promuovere o condizionare leggi in materia di politiche fiscali, delle relazioni industriali, di privatizzazione, di beni comuni, di espulsione dalle terre dei contadini, di riduzione dei fondi per la cooperazione o per la lotta alla fame, di offensiva contro i sindacati, di annientamento dell’economia reale e del lavoro.

Pensando a gente come loro in una fase storica analoga alla nostra un economista che hanno volutamente trascurato nelle loro letture scolastiche, disse irato, tacciandoli di avvoltoi «e adesso volete beccare i nostri occhi come quelli di un cadavere?». Perché è sempre il profitto e il suo potere che alleviano la noia delle loro serate e accende la loro immaginazione, che li fa sorridere come sorridono le jene, che tanto anche piangere dobbiamo farlo noi.

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