Site icon il Simplicissimus

Fatte le scarpe al Colosseo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Con una perigliosa acrobazia semantica il Ministro Ornaghi ha definito il re dei mocassini, in procinto di inaugurare il brand Colosseo, un mecenate.
Se Ornaghi potrà forse vantare il merito di farci rimpiangere l’aedo Bondi, Della Valle facendo le scarpe al buongusto, potrebbe indurre in noi una pensosa nostalgia degli anfiteatri dentro la palla di vetro, che se li scuoti vien giù la neve, di quelli metallo da usare come fermacarte in vendita a piazza di Trevi e soprattutto di quello ornato da festose cortine a righe dello spot Tempotest.

Si, potrebbe essere in arrivo del peggio del peggio: l’equilibrismo retorico del ministro che si sente il Magnifico perché trasforma uno sponsor in benefattore dandogli carta bianca sul governo delle profittevoli ricadute a fonte di 25 milioni scaricabili dalle tasse, conferma nefaste previsioni di fibbie a forma di colosseo, colossei sotto la suola, commessi vestiti da gladiatori, lavoratori della Tod’s che non importa si vestano da cristiani, perché sono già in bocca alle bestie feroci.
Che il mecenate non sia proprio leggiadramente disinteressato lo conferma la scelta dell’opera pia nella quale dispiegare la sua munificenza. Alcuni indigeni maligni hanno osservato che proprio mentre era in discussione la sua candidatura a protettore generoso delle arti romane, è provvidenzialmente cascato giù un tocco di cornicione sopravvissuto a ben altri barbari. Sarà sicuramente una leggenda metropolitana, ma una cosa è invece vera: c’erano ben altri monumenti meno vistosi e meno presenti nell’immaginario collettivo in condizioni molto più precarie e per i quali quei 25 milioni avrebbero rappresentato la salvezza da una rovina immanente, annunciata e quasi completata.

La scelta del Colosseo è congrua e omogenea a quella delle grandi opere: grandi cantieri, grande pubblicità, grande pompa mediatica, grandi annunci per blandire e appagare amici e famigli, per rendere più fortunate grandi fortune e mutare in profumo l’odore vituperato dello sterco del diavolo.
E grandi esempi cui ispirarsi se il sindaco Alemanno mai immemore delle sue radici, ha voluto paragonare il nuovo mecenate all’esempio a suo dire più illustre ora finalmente eguagliabile, il duce. Infatti “un intervento così forte, così complessivo, così organico, così significativo non si vedeva, ha ricordato, dal 1938”. È probabile che anche Ornaghi sia d’accordo, non darà retta – come è suo costume – alla direttrice del Colosseo che ha smentito il sindaco, che i tecnici che piacciono a lui sono altri più affini alla sua ideologia, come Mario Resca, un curriculum in McDonald’s e in Casinò di Campione – due monumenti anche quelli infatti – collocato in un incarico ad personam, la Direzione generale per la Valorizzazione, che ha già lasciato perché più che i beni culturali pare gli si addicano altri beni, più tangibili.

E per compiacere il mecenate “smart”, per favorire il generale processo di semplificazione anche sul Colosseo vige la deregulation, basta lacci e lacciuoli, basta ostacoli alla crescita. Si, si, infatti qualcosa crescerà di sicuro dentro a un’area leggendaria che dovrebbe essere proprio per questo soggetta a vincoli severi. E sarà il cosiddetto “centroservizi-merchandising”, che non è malizioso sospettare diventi un emporio del kitsch, se è giusto attribuire al termine abusato l’interpretazione del suo stesso profeta, Dorfles, che lo definiva l’impiego dell’uso improprio, come le torte a forma di torre di Pisa. Né il Ministro né i suoi tecnici di fiducia hanno rivendicato quale debba essere l’effettivo controllo del Mibac sui restauri. Nulla è stato definito per quanto riguarda l’accesso dei cittadini tramite le loro organizzazioni o rappresentanze, ai progetti e alla relativa documentazione.

Ma liberismo mica vuol dire libertà: per essere all’altezza del miglior restauro, quello del ’38, per superare barbari e Barberini, si sono auto-legittimati a stravolgere le regole, a imporre di autorità uno sfregio, perché quello che conta è che il Colosseo si metta “in mezzo a un panino”, che diventi un monumento all’imperatore profitto, che diventi il logo di una ditta. E d’altra parte che brand di successo sarebbe finanziare i musei perché possano tenere aperti i battenti ad agosto o la domenica? I nuovi mecenati non si accontentano della defiscalizzazione, ma nemmeno della lapide a imperitura memoria, nemmeno una legittimazione morale, culturale o sociale non traducibile in denaro, . Vogliono i benefici della fama, ma che per loro sono quelli della pubblicità e della visibilità, vogliono che la sinistra sappia quello che fa la destra, chè il vangelo del mercato è senza discrezione. Vogliono far tornare i conti a loro beneficio, ma non vogliono rendere conto di quel che fanno, proprio come il governo che ben li rappresenta e lavora per loro. Il sacco di Roma è sponsorizzato dai saccheggiatori d’Italia.

Exit mobile version