Il  secondo  capitolo  (qui)

In precedenza abbiamo visto come la situazione italiana sia in un vicolo cieco. Non solo l’euro non è una moneta normale, con una banca centrale che possa fungere da prestatore di ultima istanza per gli Stati, non solo non è la moneta di una vera unione, ma opera – contravvenendo ad ogni teoria e pure al buon senso – in un’area non omogenea contribuendo ad allargare le differenze piuttosto che a diminuirle. In questo quadro, senza profondi cambiamenti nei trattati, il nostro Paese non solo rischia la distruzione del proprio tessuto civile e della propria economia reale, ma anche un drammatico default che spazzerebbe via un secolo di lotte e di civiltà , non meno di 3000 miliardi di risparmi (il “patrimonio complessivo privato del Paese ammonta a 6700 miliardi) e sfiancato da una inutile lotta per resistere, a queste condizioni impossibili nella moneta unica, passerebbe decenni prima di potersi riprendere.

Tutto questo è in parte colpa nostra: colpa della superficialità con cui abbiamo aderito a Maastricht, della fretta con la quale abbiamo voluto entrare senza essere pronti per consentire alla classe dirigente le sue rendite di posizione e le sue prassi opache senza scontare un’alta inflazione. Ed è anche colpa nostra se l’Europa – dico questa europa divisa tra ideologismo liberista ed egoismi nazionali – viene usata come un feticcio di speranze e idee ormai lontane per consentire l’affermazione del paradigma liberista. Ma è naturalmente anche colpa dei vertici europei e in particolare della commissione che si è trovata ad affrontare la crisi la quale  ha interpretato l’esplodere delle differenze tra centro e periferia con straordinaria ottusità e vuota ortodossia come la dimostrazione che certi Paesi tendono al deficit perché permangono regole e normative contrattuali nel mondo del lavoro che alzano i costi di produzione. E anche di fronte a quello che è successo in Grecia, Spagna, Italia con la caduta dell’economia reale a fronte delle ricette imposte , il 25 marzo scorso è stato siglato un patto per l’eliminazione di qualsiasi ostacolo alla precarizzazione o ai rimasugli di indicizzazione dei salari. Così si sarebbe raggiunta la Germania. Qualche sobrio cretino l’ha firmato ben contento, qualche parlamento di nominati ha approvato i conseguenti provvedimenti.

Non mi meraviglio della commissione:  il responsabile europeo dell’economia è un tal Olli Rehn laureatosi in giornalismo in uno sconosciuto e periferico college americano, di quelli dove le ragazze di buona famiglia vanno a cercarsi marito.  Mi meraviglio invece  che una classe dirigente continentale firmi cose senza nemmeno andarsi a vedere i dati. Non soltanto il massacro del mondo del lavoro è una proposizione politica, non solo non è un farmaco economico in senso generale, ma nel contesto specifico è un assurdo perché proprio la Germania (oltre ad aver investito tra il 2001 e il 2011 15 mila miliardi in innovazioni di processo) ha avuto una dinamica dei salari tra le più basse del continente – 2,7% rispetto al Pil contro la media di – 0,7% nell’Europa a 17. Ovvio che le politiche di deflazione competitiva non possono avere alcun senso visto che i deficit commerciali si svolgono all’interno della stessa area monetaria. E questo spiega anche perché in Germania che è vista dal di fuori  come il regno del bengodi, ci sia un enorme e strisciante malcontento e perché sia facile per i media spaventare la popolazione con la tesi che le cicale della periferia vogliono da lei i soldi per pagare i propri debiti.

Questa deviazione rispetto al cuore del discorso serve a  introdurre le proposte che sono in campo per evitare la scelta tra un default quasi certo lasciandoci trascinare dall’Europa e lo choc di un ritorno alla Lira. Intendo le proposte sensate, non le pezze a colore ideate da governi senza autonomia e immaginazione che cercano marchingegni per evadere dalla logica di fondo della moneta unica, robetta che dura due giorni o robaccia che sottrae sovranità, crea le premesse per un commissariamento ufficiale senza avere duratura efficacia. Mi riferisco al Mes grazie al quale gli Stati dovrebbero salvarsi con i loro stessi soldi, visto che lo sciamannato tentativo di dare dignità bancaria a questo istituto, per poter essere sorretto dalla Bce, è fallito. No, mi riferisco a soluzioni che pur senza intervenire sui trattati per cambiare i quali, ammesso che ce ne sia la volontà passeranno molti anni, possano avere una qualche efficacia.

La prima di tali soluzioni, proposta da economisti che in qualche modo potremmo definire di sinistra (Emiliano Brancaccio è il nome più noto) , si propone di diminuire il nefasto effetto dell’euro su un’area economicamente non omogenea, cercando in qualche modo  di attenuare gradualmente le differenze. Lo strumento sarebbe quello di creare uno standard retributivo europeo: i vari Paesi dell’Unione dovrebbero garantire una crescita delle retribuzioni reali almeno uguale alla crescita di produttività in maniera da eliminare il declino della domanda che nasce dalla costante diminuzione della quota salari. In questo modo a maggiori aumenti di produttività corrisponderebbero maggiori aumenti salariali e dunque una minore competitività. Inoltre i salari, al di sopra di una quota minima di crescita, dovrebbero essere legati all’andamento delle bilance commerciali: aumenterebbero di più in caso di surplus commerciale consentendo anche qui un riequilibrio.

Proposta certamente intelligente, ma in completo contrasto con la filosofia liberista che regna a Bruxelles e che tende soltanto a tagliare e tagliare ancora. Dalle sponde liberiste giungono invece soluzioni che senza negare il dogma di fondo cercano di soprattutto di evitare che la castrazione dello stato sociale fallisca per il nascere di sollevazioni o movimenti politici di forte contrasto. Così da più parti si guarda a un possibile sussidio di disoccupazione europea, omogeneo e finanziato direttamente  dalle istituzioni comunitarie: in questo modo si ridurrebbero un po’ le difficoltà dei Paesi in crisi, si eliminerebbero le distorsioni dovute ai fenomeni corruttivi e nel contempo di potrebbe andare avanti con più tranquillità sulla strada della distruzione dello stato sociale. Insomma un welfare di emergenza per eliminare definitivamente il welfare. Naturalmente non sarebbe una soluzione strutturale, ma solo una temporanea ‘ipocrisia. Disgraziatamente o per fortuna non praticabile perché comunque una soluzione del genere implicherebbe uno spostamento di ingenti risorse dai paesi forti a quelli in crisi, vale a dire proprio quello che non si vuole.

Pare proprio che di soluzioni intermedie all’interno di questa Europa non ce ne siano o non siano praticabili e allora non rimane che vedere cosa accadrebbe con un ritorno alla lira.

(continua)