Visto che è il tema del mese, dell’anno e certamente anche dell’anno prossimo e di quell’altro ancora, sarà bene fare un po’ di chiarezza sulle possibili soluzioni alla crisi economico – monetaria facendo riferimento a quelle  più citate e che trovano l’appoggio di scuole di pensiero e di noti economisti. L’argomento è complicato, purtroppo aperto all’aggressione dei luoghi comuni e dei pregiudizi, ma soprattutto ai tentativi di condizionare l’opinione pubblica giostrando e centellinando speranze  e paure in favore di questa o quella strada. Sebbene gli argomenti – quando vengono portati con il rigore necessario e non un tanto al tocco – siano di ambito economico è fin troppo ovvio che la posta finale è politica: una via d’uscita piuttosto che un’ altra non è affatto neutra riguardo ai suoi effetti a medio e lungo termine per quanto riguarda il progetto di società che si immagina. Una cosa ovvia, ma che sembra una bestemmia per la politica italiana pateticamente attaccata al “tecnicismo”.

Purtroppo ci troviamo in una situazione pirandelliana in cui sia il neghittoso display burocratico europeo, al di sotto di qualunque aspettativa, sia la politica nazionale  si aggrappano all’emergenza proprio per non essere costretti a scegliere e quindi esprimere una politica o almeno una politica diversa da quella di una prona accettazione dei dogmi finanziari. Dunque tra le soluzioni possibili figura e purtroppo in primo piano, anche una non soluzione: cavarsela senza fare nulla, ubbidendo a  tutto ciò che ci si chiede, ad ogni macelleria facendo balenare alla fine della via crucis una improbabile redenzione e  una miracolosa ripresa mondiale che non ha maggiore consistenza della profezia dei Maya. E’ una verità di fede, la via maestra indicata non tanto dai puristi del liberismo, quanto piuttosto dalla sua area più scolastica e ottusa, nonché dalle popolazioni politiche sottoposte ad evangelizzazione forzata negli ultimi anni.

Ma andiamo per ordine. Orientarsi fra le varie proposte significa anche avere la percezione della situazione in cui siamo e della sua genesi. La crisi, sebbene esplosa quattro anni fa, dopo tutta una serie di avvertimenti, viene da lontano da una costante caduta della domanda di beni  innescata da vari fattori, quali la saturazione dei mercati, il progressivo affacciarsi di nuovi competitori e soprattutto dall’affermarsi di un pensiero dominante liberista volto a ridurre lo stato ai minimi termini possibili e con esso il welfare e i diritti del lavoro. Questo è stato il catalizzatore che ha moltiplicato gli effetti degli altri termini dell’equazione, riducendo ancor di più la domanda, spingendo a una riduzione di costi con le delocalizzazione e dunque creando ancor più disoccupazione e incertezza. Un infernale meccanismo che in termini scientifici si chiama di retroazione positiva e che si verifica quando i risultati del sistema vanno ad amplificare il funzionamento del sistema stesso.

A questo punto sarebbe stata necessaria una risposta politica che invertisse il cammino intrapreso, ma già il pensiero unico, unito alla scomparsa del “nemico” comunista, aveva fiaccato e disorientato le forze che avrebbero potuta darla e così la risposta è stata finanziaria: all’impoverimento sempre maggiore si è risposto, dapprima in Usa, poi man mano anche in Europa, con una maggiore facilità di accedere ai mutui e ai crediti al consumo. Questo momentaneamente ha frenato la caduta di domanda e anche l’inquietudine dei ceti in via di esclusione, ma ha anche creato il perverso meccanismo per cui i crediti inesigibili o incerti sono stati trasformati in lucrosi prodotti finanziari che praticamente annullavano il rischio dei prestiti e inducevano ad aumentarli fino a limiti impossibili. Che alla fine sono stati raggiunti con una massa di denaro 12 volte superiore a quello del pil mondiale.

Chi scrive ne ha un’esperienza curiosa e diretta tramite un amico, temporaneo insegnante di italianistica all’università di California: per tutto il tempo del suo soggiorno è stato tormentato dalla Imperial Bank di San Diego perché accettasse un mutuo immobiliare di 600 mila dollari (metà anni ’90) che esorbitava assolutamente dalle sue possibilità. E tutto perché acquistasse la casa dove momentaneamente era in affitto. Da notare che aveva contratti semestrali che non arrivavano in netto a un quarantesimo della cifra offerta, che era cittadino straniero, che su quella banca navigavano mediamente non più di mille dollari e che per di più aveva espresso chiaramente la sua intenzione di non rimanere. Ma quando, dopo l’ennesima offerta diretta del funzionario, ribadì che al massimo avrebbe fatto un altro semestre, quello non si scompose: ” Che problema c’è la casa la rivende, anzi visto che nel frattempo sarà aumentata di prezzo, potremmo offrire un mutuo secondario di 40 mila dollari. Così può arredarla senza problemi”.

Comunque sia l’Italia è stata coinvolta appieno in questo processo mettendoci in più un debito pubblico cresciuto a dismisura negli anni ’80 (grazie anche ai consigli di un certo prof. Monti) quando la Dc doveva assicurarsi la permanenza al potere e il Psi la propria crescita. E scontando pure i vent’anni di immobilismo di stampo berlusconiano con una coltivazione di vizi, corruzione, conflitti di interesse, mancanza di investimenti, svendita di imprese pubbliche, infuriare di capitalisti senza capitale che hanno stremato il Paese. La stessa adesione all’euro, perseguita con tanta determinazione, ma anche con straordinaria superficialità nell’adesione ai trattati, è stata voluta per poter alimentare questo motore che cominciava a girare a vuoto, con enormi perdite, senza dover scontare l’inflazione a due cifre. Ma il Paese nel suo complesso, la sua struttura produttiva non era pronta e anzi si potrebbe dire che la scelta fu fatta non per dare al  Paese l’occasione di redimersi dalle sue storture, ma anzi per continuare a coltivarle. Da qualche parte però bisognava recuperare la competitività persa passando dalla moneta debole a quella forte:  nel contesto del pensiero unico e nell’ambito del berlusconismo, la vittima non poteva che essere il lavoro. E non è un caso che gli strumenti di precarizzazione siano stati messi a punto proprio nell’ultimo scorcio degli anno ’90 e abbiano subito un’accelerazione con l’entrata in vigore della moneta a partire dal 1° gennaio del ’99 (la circolazione effettiva della moneta unica come mezzo di pagamento generale avverrà due anni dopo).

In questo senso la moneta unica  ha funzionato benissimo, ottenendo il meglio di sé proprio durante la crisi. Tanto che un premio nobel per l’economia, l’ultraliberista Robert Mundell, ha dichiarato apertamente al Guardian nei giorni scorsi che “l’Euro è il Reagan europeo”.  Una frase finalmente chiara. Perché Mundell riconosce che la “creazione dell’area euro viola le regole di base economiche dell’ area monetaria ottimale”  dicendo insomma che un pastrocchio che non sta in piedi, ma che ha una sua enorme valenza sociale:  “Così si pone la politica monetaria fuori dalla portata dei politici. Senza la politica fiscale, l’unico modo perché le nazioni possano mantenere posti di lavoro viene dal mercato” E conclude:  “Togliere il controllo di un governo sulla moneta evita di utilizzare politiche keynesiane per tirare una nazione fuori dalla recessione”. (qui). Con quest’uomo verrebbe la tentazione di mostrare che per quanti calci in culo possa prendere non ci sarà mai un inflazione degli stessi, ma perlomeno ha il merito di parlare chiaro e di evitare la squallida commedia che si svolge tra Bce  e capitali europee.

In effetti è ormai un anno che la crisi monetaria viene per così dire tenuta in sospeso con accelerazioni drammatiche e momenti di parziale remissione, innalzamento degli spread e dichiarazioni rassicuranti, dentro un vero impianto di montagne russe emotive e finanziarie senza che si sia presa alcuna misura efficace e risolutiva: l’impressione è che si vogliano tenere le economie e i popoli sulla corda per poter far passare i massacri sociali, la perdita di sovranità e la campagna acquisti delle oligarchie. Solo in un secondo momento, ottenuto lo scopo, si prenderanno le decisioni vere. I mercati lo intuiscono, abboccano per poco tempo, ma le opinioni pubbliche, specie se accompagnate da media asserviti, sono molto più lente e in ogni caso non riescono a fare massa critica. Da noi, per esempio, ci sono ancora quelli che credono al giochino di Monti, non certo il 10% di ricchi che sta portando altrove i propri beni, ma quel ceto medio moderato che finirà per moderatamente morire.

In ogni caso ho la sensazione (confermata peraltro da montagne di indiscrezioni) che Obama abbia imposto a Berlino una temporanea moderazione, più che altro verbale, per evitare che una crisi improvvisa e fatale scoppi nel bel mezzo della sua campagna elettorale. C’è quindi un po’ di tempo per vedere quali sono le diverse soluzioni alla crisi italiana, dentro quella europea dentro quella mondiale: il complicato gioco di matrioske dentro il quale bisogna muoversi.

(continua)