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Frankenstein ha paura delle preferenze

Non c’è nulla da fare, il Porcellum grufolerà anche alle prossime elezioni: possiamo dare addio alle preferenze e con esse anche a un Parlamento che non sia di nominati. E ormai non sembra più nemmeno  strano o stonato che a guidare la battaglia contro la possibilità che siano gli elettori a scegliere il candidato, sia proprio il Pd:  perso ogni orientamento politico,  l’importante è salvare gli apparati e le relative poltrone, i vecchi marpioni e gli ubbidienti, gli insulsi e i soldatini. In largo del Nazareno sanno benissimo che in una competizione aperta tutti quelli che hanno svenduto persino gli scampoli dei vecchi valori, sono destinati a soccombere. Così se il Porcellum fu un ‘invenzione del berlusconismo per mettere i bastoni fra le ruote a Prodi, ora si dimostra utile per fare lo stesso scherzo ai cittadini.

Paradossalmente , rinnegare adesso uno dei caratteri fondamentali del Porcellum, ossia la creazione di un partito padronale, si rivela ancora più utile al berlusconismo che non ha nulla da perdere e può simulare la vicinanza alla ggente e lucrare così in qualche modo  la sopravvivenza  di Silvio.

Se ci saranno variazioni, saranno solo quelle destinate a fare di Pd e Pdl i soli arbitri della situazione, a ricattare  le formazioni minori, a dare una sostanza puramente elettorale al voto utile, visto che quella politica si è dissolta ormai da tempo. Forse,  anzi certamente, la reintroduzione delle preferenze, la possibilità di votare personaggi nuovi rispetto ai quelli di lungo e lunghissimo corso, darebbe slancio elettorale al partito, ma questo ormai importa pochissimo: ciò che pesa è la salvezza delle poltrone e l’arruolamento di una truppa parlamentare che non dia problemi, che voti tutto ciò che è necessario non per il Paese, ma per l’oligarchia dominante. Che ubbidisca a capitani timorosi che prendono ordini dai colonnelli nazionali a loro volta subordinati a poteri interni ed esterni non eletti da nessuno. Mica mettersi in testa che in Parlamento si possa fare politica.

Del resto lo stesso argomento che dalla Finocchiaro a Violante viene usato per confutare il valore delle preferenze è di una tale vuotaggine e banalità che parla da solo: ci sarebbero troppe spese elettorali e dunque differenze tra i candidati e pericoli di infiltrazioni indesiderate. Come se il problema degli alti costi non fosse superabile con  qualche semplice leggina e come se non sapessimo che sono proprio gli apparati e i padroni delle tessere ad essere infiltrati. Non solo il danno, ma anche la beffa di essere presi per idioti destinati a non mangiare mai la foglia e ad essere presi eternamente per il naso.

Certo si dice poi che il problema della preferenza può essere superato attraverso i collegi uninominali. Ma si tratta di una cosa diversa:  la scelta è tra candidati nominati di diversi partiti, non tra diversi uomini  dello stesso partito. Dove non esiste una forte tradizione di selezione delle candidature all’interno delle forze politiche prima dell’ appuntamento delle urne, attraverso primarie o altri sistemi, negare le preferenze non è affatto una buona idea perché mentre non elimina alcun difetto o infiltrazione , rende più ideologico il voto e  comunque scarica sui partiti la necessità di raccolta dei fondi per la battaglia elettorale,  con conseguenze certamente più inquietanti. E poi chi dice che solo con i collegi uninominali i candidati debbano essere espressione del territorio? Si gioca sull’equivoco.

Ma ormai è così: in una democrazia in declino e a tratti apertamente negata, tutti i partiti consolidati e non solo il Pd -Frankestein, assemblato con membra e anime diverse, hanno davvero paura di un solo elemento: i loro elettori.

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