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Dall’Islam a Casini: politici e facchini

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Licia Satirico per il Simplicissimus

Il caso, riportato da Repubblica e dal Corriere della sera, si sarebbe verificato nel prestigioso Hotel Danieli di Venezia: un facchino di religione musulmana si sarebbe dimesso perché culturalmente incapace di prendere ordini da una donna. Subito dopo, però, il dimissionario si sarebbe pentito dell’avventata decisione, spiegando alla direzione dell’albergo i motivi del suo gesto. Il dipendente sarebbe stato, a questo punto, riassunto con una sorta di compromesso storico: in una catena di sant’Antonio multiculturale, per l’avvenire un altro maschio di più ampie vedute avrebbe mediato con la governante donna da cui il facchino non riuscirebbe ad essere governato.
Il condizionale è d’obbligo, vista l’energica reazione dell’Hotel: il direttore del Danieli sostiene che l’azienda non era a conoscenza del caso e non ha, di conseguenza, preso nessuna misura per cambiare l’organizzazione del personale. Il dipendente egiziano esiste, ma non risulta che si sia mai ribellato a ordini impartiti da donne, né che la governante dominante sia stata affiancata da mediatori. Insomma: se il fatto è successo, è successo ad insaputa dei vertici dell’albergo.

Durissima, prima della smentita del Danieli, la reazione dell’onorevole Pdl Souad Sbai, che ha parlato di multiculturalismo criminogeno e inaccettabile, di integralismo spacciato per integrazione. La parlamentare ha dichiarato, in proposito, di aver presentato un’interpellanza ai ministri Fornero e Riccardi perché facciano chiarezza su una vicenda (di…inflessibilità in uscita) che offende tutte le donne.

Reale o ipotetica che sia, la querelle del Danieli si presta come poche altre a descrivere un equivoco multiculturale ricorrente. Nei più moderni studi sul multiculturalismo si usa distinguere il profilo della tutela delle religioni da quello della tutela dalle religioni: il primo attiene alla non semplice coesistenza tra culture diverse nel medesimo contesto geopolitico, il secondo investe invece il grado di tolleranza verso principi “culturali” potenzialmente lesivi di valori fondamentali. Su questo terreno si gioca il livello di laicità di uno Stato, che diventa “debole” nella misura in cui è esposto a interferenze tra diritto ed etica. E qui tocchiamo un punto dolente: nel nostro Stato la laicità è così debole da essere diventata impalpabile, come confermato – tra le altre cose – dalle polemiche di questi giorni sul matrimonio omosessuale. Sono innumerevoli gli aspetti della nostra vita pubblica divenuti manipolabili in nome di dottrine confessionalmente orientate, mentre il rispetto dovuto alla natura multiculturale della società moderna diventa ossequio formale, spesso inutile, a volte addirittura imbarazzante.

Integrazione si ha quando l’immigrato nato nel nostro territorio può diventare cittadino italiano senza restrizioni, non quando può restare maschilista in omaggio al suo credo. Integrazione è la censura di pulsioni xenofobe o razziste che conoscono costantemente nuove forme di manifestazione, dai tentativi di autodafé dei campi rom fino all’aspersione leghista di urina di maiale sui luoghi deputati alla costruzione di moschee.

La lotta per l’integrazione sta e cade con il rispetto universale dei diritti della persona, con la necessità di combattere contro statuti di cittadinanza minore, diritti minori o diritti negati. Al di fuori di questo territorio il multiculturalismo rischia di diventare un bizzarro elemento di folklore o, peggio, lo strumento per dar veste persino giuridica ai peggiori stereotipi antropologici: è di pochi anni fa, del resto, la sentenza del tribunale tedesco di Bückeburg che ha attenuato la pena a uno stupratore e maltrattatore di donne perché sardo, sul presupposto che i reati commessi siano stati «un efflusso di un esagerato pensiero di gelosia dell’imputato».

L’imputato sardo e il presunto maschilista musulmano – o di qualsiasi altra provenienza etnico-religiosa – sono due facce della stessa medaglia: della convinzione diffusa che ogni forma di “diversità” culturale, vera o presunta, meriti tutela, comprensione, ascolto. Che sia, insomma, un contentino da pagare sull’altare dei flussi migratori, in un milieu istituzionale che non disdegna pulsioni localistiche e talora palesemente discriminatorie.
Diamo respiro a un concetto aperto di cultura, estirpandovi però le derive che con la cultura, a rigore, non hanno nulla a che vedere. La considerazione sociale della donna come essere inferiore non è un precetto religioso: è un pregiudizio odioso in ogni angolo del mondo, che induce giustamente l’Hotel Danieli a smentire con foga l’episodio di cronaca.
Di una cosa sono comunque certa: una civiltà evoluta dovrebbe emanciparsi per sempre da un dio sessista e dai suoi tanti, troppi seguaci.

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