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Rosy l’omofoba, come ti abbindola il Pd

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

“I matrimoni omosessuali in Italia non potranno mai attuarsi», ha detto la Presidente del Pd al festival dell’Unità di Roma. «Se non siete d’accordo, lasciate in pace il nostro partito”. E ha minacciato: “Con le vostre posizioni, scordatevi anche le unioni civili”.
Qualcuno ha detto che gli individui altro non sono che le loro biografie e forse perché ormai siamo sempre più inclini a accontentarci di poco, presto forse del peggio, ci siamo convinti che un individuo più civile delle sue “unioni ideali”, potesse avere il sopravvento su una carriera irriducibilmente democristiana, governarne l’integralismo, sottrarsi all’arroganza castale.

Maria Rosaria Bindi, vezzosamente Rosy, passata indenne attraverso la DC, i Popolari, la Margherita, l’Ulivo, nel Pd si è ricavata una bella nicchia di intoccabile e inattaccabile da dissenso degli antipatizzanti ed anche da legittime istanze di simpatizzanti, iscritti e elettori.
Non c’è da cadere nel tranello di Grillo: Rosy non ha improvvisamente svelato il volto bisbetico e beghino della zitella frustrata e anaffettiva e nemmeno il ghigno schiumante e bestiale di una identità irrisolta e repressa come Giovanardi. No, no, la Bindi è un animale “partitico”, separato e remoto, di quelli ormai geneticamente pronti a qualsiasi funambolico equilibrismo in nome della conservazione delle rendite di posizione. Vocati a realizzare il disegno sopraffattore che vuole affermare che un particolare punto di vista debba essere imposto a tutti con leggi dello Stato, che così assumono un indubbio carattere autoritario, e che temi eticamente sensibili siano negoziabili per il ceto dirigente ma intrattabili per gli altri, in modo che valori di alcuni diventino una morale alla quale altri sono obbligati ad attenersi.
Non si spiega se non con una piena occupazione delle retoriche del potere una militanza cristiana che immagina una libertà condizionata, in un mondo dove ciò che scegliamo non ha valore riconoscibile per altri, dove la discriminazione è legittimata dalle leggi o da perverse interpretazioni di parte, creando una condizione di iniquità che annienta l’uguaglianza delle opportunità e non vuole rispondere ai dilemmi delle differenze.

È che le ingiuriose disuguaglianze sono parte ormai del bagaglio ideologico di questo ceto dirigente che si definisce riformista e che interpreta il disgelo della costituzione come l’opportunità di “riformarla” violandone i principi ispiratori, abbattendo l’impalcatura delle tutele e del rispetto della dignità e dei diritti, manomettendone l’ispirazione e mistificandone il senso per piegarla a interpretazioni di parte.
Stiamo vivendo il drammatico passaggio da una Carta dei diritti a una Carta per il mercato. E non deve piacerci, in nome di un rigore penitenziale che punisce con il lavoro, la dignità, il futuro, anche la verità. La presidente del Pd non dica che è discrezionale in nome di una interpretazione dolosa della Carta o dei suoi capricciosi istinti educativi o repressivi, somministrare o meno segmenti di legittimi riconoscimenti. Quelli che la Corte Costituzionali ha già riconosciuto ed ammesso, come le unioni civili anche tra persone dello stesso sesso unite da una convivenza stabile, cui “spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge, il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri”.

Nulla può giustificare un parlamentare della repubblica all’ennesima legislatura a rialzare la barriera illegittima della impossibile contiguità tra disciplina del matrimonio e delle unioni di fatto. E nulla può giustificare un rappresentante eletto nel rispetto di regole democratiche, sia pure in tempi di porcellum, a rompere il patto di fiducia con i cittadini e i suoi elettori. E nulla dovrebbe giustificare qualcuno che rivendica di professare una fede fondata su valori di solidarietà e fratellanza a negare l’amore e la giustizia. Quelli si non negoziabili.

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