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Sicilia, dove default vuol dire mafia

Licia Satirico per il Simplicissimus

L’allarme è stato lanciato ufficialmente alla fine di giugno dal Procuratore generale per la Corte dei Conti siciliana, Giovanni Coppola: «siamo da diverso tempo in una situazione economica drammatica dagli esiti incertissimi e la Sicilia in questo frangente è come il manzoniano vaso di terracotta». Nella sua relazione all’udienza pubblica del giudizio di parificazione del rendiconto generale della Regione per l’esercizio 2011, Coppola ha sollecitato un immediato intervento dello Stato, evidenziando i rischi senza sfumature di grigio: «se lo Stato centrale non fornisce adeguati mezzi finanziari, i siciliani continueranno a vivere nell’arretratezza delle proprie vetuste risorse infrastrutturali». La rassegnazione antica, per il procuratore, «si traduce in forza di attrazione mafiosa e clientelare a disposizione dei prepotenti e dei potenti di ieri, di oggi e di sempre»: parole che suonano come macigni a vent’anni esatti dalla morte di Paolo Borsellino.

Il resto è cosa delle ultime ore: Monti si accorge che la Magna Grecia è a rischio default e scrive preoccupato al governatore della Sicilia, che non gli turbi con la sua dissoluta gestione palermitana il salvataggio dell’Italia. E mentre l’Unione europea sospende l’invio di seicento milioni di euro a causa di appalti sospetti, esplode il caso Lombardo (su cui ironizza via tweet persino un bronzeo Formigoni): il vicepresidente siciliano di Confindustria Ivan Lo Bello proclama il suo sostegno a Monti invocando il commissariamento della Regione e discettando su mondi normali e anormali, ma il vicepresidente della Regione Massimo Russo parla di attacco all’autonomia e minaccia il ricorso alla Corte costituzionale.

Don Raffaele Lombardo, dal canto suo, si indigna, esibisce bilanci in pareggio – reali o fantasmatici poco conta, nella terra di Pirandello – e continua a creare assessori, consulenti, tecnici e vassalli: risale alla scorsa settimana l’incredibile nomina di Eugenio Trafficante, in carcere per stalking, a capo della società di informatizzazione “Sicilia e servizi”.
Con i suoi quindicimila euro al mese Lombardo è il governatore più pagato d’Italia, eppure sostiene di essere retribuito in modo simbolico rispetto allo sforzo di gestione del regno elefantiaco da lui ereditato: ventimila dipendenti regionali e altrettanti pensionati ancora pagati con la spesa corrente, deputati con guarentigie principesche, terreni, appartamenti, emolumenti, telefoni e quote azionarie. Il lusso borbonico di palazzo d’Orleans stride con la miseria di una regione piena di contrasti, in cui si mistifica il confine tra vivi e morti, eroi e picciotti, combattenti e collusi.

Le dimissioni di Lombardo sono da mesi annunciate per il 31 luglio prossimo: data oltre la quale il governatore, prima del processo per concorso esterno in associazione mafiosa, annuncia di volersi ritirare a vita privata per coltivare marijuana.
Tre sono le ragioni per cui Lombardo è un rospo che non riusciamo in alcun modo a digerire. La prima è che la vicenda Lombardo ha evidenziato da mesi, nel disinteresse generale, il default del Pd: in Sicilia il Partito democratico si è diviso tra lombardisti e antilombardisti, ha tentato di capire se stesso con un referendum sull’appoggio a Lombardo poi abortito per le proteste di Lombardo, ha stravolto le primarie per l’elezione del sindaco di Palermo affondando la candidatura di Rita Borsellino e disintegrandosi con autodafé sesquipedale per l’apertura al leggendario “centro moderato”. Era una premonizione di disagi politici ben più gravi ed estesi, ma nessuno l’ha voluta cogliere per tempo.
La seconda è l’illusione, oggi crollata, che il dissesto di una singola regione non riguardi il resto del Paese. La perniciosa spending review varata da Monti affida a enti locali agonizzanti il compito di gestire risorse sempre più esigue, ma alcune regioni – amministrate da governatori molto al di sotto di ogni sospetto – non sembrano in grado di salvarsi da sole e nemmeno di fallire da sole, aggravando una situazione finanziaria nazionale insostenibile.

La terza ragione è la pura rabbia: l’anniversario della strage di via D’Amelio si celebra in un clima culturale che è il fallimento della lotta alla mentalità mafiosa. Ancora oggi in Sicilia il diritto è privilegio, la politica è clientela, la mafia pianta despota il suo vessillo nero attraverso un atroce sospetto tradottosi in una promessa di dimissioni. E non importa che si tratti della mafia classica o di una mafia moderna, di una mafia concreta o di una mafia psicologica: è la prevaricazione che diventa regola, lo spreco travestito da efficienza, la contiguità che diventa semplice amicizia, l’insufficienza di prove spacciata con orgoglio per innocenza. Nulla è innocuo, diceva Borsellino: e certamente Lombardo non lo è.

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