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Rossi preso a schiaffi e calci: Casa Pound sfodera i suoi migliori argomenti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

No sono mai stata una sfegatata fan dei futuristi nostrani, preferendo loro quelli russi. Amo il chiaro di luna e con il passare del tempo mi accorgo di preferire lo slow. Si, diffido della loro furia scomposta e ammirativa della velocità e della modernità, fine a se stessa, devastatrice del vecchio mondo senza opporvi un mondo nuovo, senza una materia, una sostanza da opporre che non sia quella della provocatoria rottura degli antichi equilibri.
Ma oggi mi corre l’obbligo di esprimere solidarietà al neo-futurista Filippo Rossi: è irresistibile lo strano caso di un fascista picchiato da altri fascisti, offesi perché dalla defezione del primo accusato di aver dato loro dei fascisti, termine considerato dagli stessi “irriguardoso”.

Dicono le cronache che il Rossi ieri a Viterbo sia stato aggredito con pugni e calci da un gruppetto di militanti di CasaPound. Nella denuncia presentata in questura, Rossi avrebbe indicato in Gianluca Iannone, fondatore e presidente di CasaPound Italia, colui che lo ha colpito con un violento pugno al volto. Un altro audace membro del movimento, non ancora identificato, gli avrebbe sferrato dei calci mentre era già disteso a terra. Il gruppo di aggressori, secondo quanto riferito da Rossi, era composto da una quindicina di giovani, che indossavano un maglietta nera con la loro griffe ma a colpire fisicamente il direttore del Futurista sarebbero stati in quattro o cinque.

E subito gli risponde Iannone che del dinamismo futurista predilige la sveltezza di mano: “Quante storie per uno schiaffone – replica- Da Filippo Rossi, che si ispira a coloro che volevano esaltare l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno, non ce lo saremmo aspettato. Uno schiaffone, come quello di Umberto Boccioni a Ardengo Soffici, che il direttore del Futurista dovrebbe conoscere bene, niente di più, altro che spedizione punitiva. Questo il senso di quanto è accaduto ieri notte a Viterbo – aggiunge -. Una discussione tra vecchi amici che amici non sono più, in cui la ricerca di un chiarimento verbale è finita in un gesto di marinettiana memoria, dopo che Rossi, che più volte è venuto a CasaPound a parlare, ha ripetutamente diffamato il nostro movimento in maniera del tutto pretestuosa. Uno schiaffone può far male, ma un occhio nero passa in fretta. A Rossi voglio dire che altrettanto male possono fare la penna e le parole, ma gli effetti delle ingiurie durano più a lungo”.

Figuriamoci se quelle zucche vuote, arcaiche o moderne che siano, rinunciavano al piglio guascone, sbruffone e sprezzante, figuriamoci se non pensano che sia più virile e efficace menare piuttosto che scrivere, i gesti dimostrativi e punitivi all’imbelle esercizio del dialogo: ma si, meglio i ceffoni, meglio i cazzotti – possibilmente nel rapporto numerico caro ai vecchi alleati di dieci a uno, meglio ancora, perché no?, l’olio di ricino.
Vogliono incipriarsi un po’ le rughe passatiste, tirano fuori qualche memoria orecchiata di schiaffoni e imprese dannunziane. Come spesso accade a chi soffre di indicibili complessi di inferiorità, come quelli afflitti da ansia da prestazione, sono attratti irrefrenabilmente da evocazioni cavalleresche, da perfomance machiste, da imprese gloriose magari solo a Viterbo, da esibizioni muscolari. Vogliono farci pensare che prendersela in dieci a uno, con un giovanotto con gli occhiali sia la rappresentazione contemporanea e nostalgica della Mensur, il combattimento rituale di moda nei circoli studenteschi delle università tedesche, un duello che aveva lo scopo di dimostrare il proprio coraggio nell’affrontare il pericolo e le ferite senza retrocedere né mostrare timore, tanto che la ferita subita e poi la cicatrice era esibita con orgoglio come cifra di appartenenza di censo.

Insomma roba da frustrati che la sopraffazione, la violenza, la prevaricazione, l’arroganza ce l’hanno nel sangue, e che nel consorzio civile ci stanno a disagio, che le regole e leggi pesano loro come ostacoli alla loro libertà di espressione, che peraltro da anni viene loro riconosciuta da tutta un’ampia platea di cretini che si sentono Voltaire a lasciar loro licenza di delinquere.
Io personalmente non sono disposta a morire per lasciargliela quella libertà. E credo nemmeno Rossi, con un occhio nero al posto della cicatrice della Mensur. Altro che morire, faremmo bene tutti invece a vivere e a farli uscire dalla legalità, che dalla democrazia sono già fuori.

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