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Ospedali e scuole, figli di un dio minore

Licia Satirico per il Simplicissimus

La necessità di combinare i tagli annunciati dal governo con l’importante scoperta scientifica del Cern determina un nuovo compromesso storico: la spending review inciderà solamente sulla particella di un dio minore, salvando l’efficienza del sistema. In quest’ottica, ne siamo certi, sono stati individuati ospedali minori, sale parto minori, protesi minori, farmaci minori, tribunali minori e università minori.

Minori sono le università pubbliche rispetto alle scuole private, che godranno dei duecento milioni di euro sottratti al fondo di finanziamento ordinario degli atenei. Le università private avranno invece un più modesto omaggio di dieci milioni di euro. Inutile chiedersi per quale motivo i cadeaux ai privati – tra cui spiccano gli istituti cattolici – siano addirittura superiori alla cifra sottratta alle università, quasi a ribadire che “superfluo” è sinonimo di “statale”. Ci saremmo aspettati, forse, maggiore discrezione da parte dei tagliatori e più forti resistenze da parte dei tagliati: l’ottimizzazione dell’allocazione delle risorse passa attraverso la pessimizzazione della ricerca, per la gioia postuma di Mariastella Gelmini.
Minore è la sanità pubblica, da riportare nella leggendaria “media europea”. Si sa già che il taglio dei piccoli ospedali è stato, a furor di popolo, dribblato pilatescamente dalla versione aggiornata del decreto-terminator approvata in Consiglio dei ministri: la materia sarebbe di competenza delle Regioni, che peraltro, in una conferenza stampa, hanno lamentato «il cambio della natura dei servizi sanitari imposto dal governo». Resta incerto tutto il resto, nella perdurante volontà di cancellare il servizio sanitario nazionale senza alcun tipo di understatement. Enti locali e medici ospedalieri sono in agitazione, Farmindustria denuncia almeno 10.000 posti di lavoro a rischio (oggi li si definirebbe flessibili): si potrebbe parlare di follia pura, usando gli stessi termini amari con cui i tagli agli atenei sono stati giudicati dalle associazioni studentesche.

In un’intervista a Repubblica, il ministro Balduzzi lancia messaggi non rassicuranti: bisogna confidare comunque “nella capacità del sistema sanitario nel suo complesso” e non pensare, da malpensanti qual siamo, che protesi e farmaci scadenti saranno il nostro futuro, tra penuria di posti letto per nascere, guarire o morire. Ogni mille abitanti è sufficiente, secondo il ministro, una media di 3,6 posti letto «senza penalizzare i servizi ai cittadini ma razionalizzando. La spesa sanitaria era un cavallo imbizzarrito che è stato domato». A noi pare, più che altro, che il cavallo sia stato abbattuto, o che sia morto giusto ora che si stava abituando al digiuno.

Confesso una certa diffidenza verso le statistiche: la media di tre posti letto e mezzo per mille abitanti mi riempie d’angoscia al pensiero del mezzo letto abbondante da condividere tra centinaia di potenziali interessati, a fronte di tre fortunati mortali in grado di usufruire di cure mediche ottimizzate nella migliore allocazione di risorse possibili.
Non vengano però a dirci che non ci sono fondi. Non ci sono, più semplicemente, fondi per noi, minori obsoleti pletorici. Pare che le Province abbiano superato miracolosamente le previsioni di estinzione e di accorpamento. In base alle ultime notizie, la bozza mutante del decreto legge di riqualificazione della spesa dello Stato ha poi cancellato il taglio di cento milioni di euro annui per il biennio 2013-2014 previsto inizialmente per gli armamenti. A questo punto non resta che militarizzare scuola e sanità per evitare il peggio: chissà che blindando un posto letto o presidiando le biblioteche con cavalli di Frisia e artiglieria leggera non si riesca a salvare il salvabile.

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