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Buio pesto su Rio+20

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La recessione che sta coinvolgendo gran parte delle economie nazionali e  che ha come vettore i flussi  del capitale finanziario si è diffusa come un inarrestabile contagio.

A causa della sua potenza immateriale  è difficile prevedere le coordinate della sua tremendo propagazione. Ma non è invece difficile valutarne gli effetti già prodotti: l’aumento dell’incertezza e della precarietà, che a loro volta alimentano la paura, il sentimento dominante nelle società capitaliste da alcuni lustri, da quando cioè il neoliberismo ha preso il posto del welfare state, quella forma avanzata di stato che dovrebbe prendersi cura dei  propri cittadini.   Gli  anni che seguono la fine della seconda guerra mondiale sono stati  il periodo nel quale la paura era stata ammansita, addomesticata, attraverso una relativa stabilità del lavoro, la possibilità di accedere a un servizio sanitario nazionale, e affrontare l’autunno della propria vita con relativa tranquillità grazie alla pensione.

E insieme a una relativa più che ragionevole programmazione del futuro l’welfare rassicurava rispetto  alle impreviste contingenze – un terremoto, un’inondazione o altri disastri dovuti alla «manipolazione umana» della natura – collettivizzando se non  socializzando il sentimento della paura e rendendolo una specie di controcanto della vita come quelle colonne sonore nei supermercati che ci sono incessanti ma finisci per non sentirle più.

Anche la grande minaccia era diventata un colossal da seguire distrattamente in tv accompagnata dal tintinnare del cubetto nel bicchiere, mentre altri ghiacci si scioglievano, verdi pianure diventavano deserti e fame e sete progredivano invincibili. E mentre compunti studiosi ci persuadevano che il rischio era sempre altrove da qui, che la scienza imbattuta avrebbe ricomposto tutto in un equilibrata armonia nella quale i ricchi, sempre di meno,  avrebbero continuato a essere tali, riscaldati, raffreddati, illuminati nutriti, e soddisfatti e i poveri, sempre di più,  avrebbero goduto di luce riflessa, purchè sobri, austeri e controllati nei costumi e nei consumi.

Poi l’apocalisse rimossa, l’immensa depressione, è arrivata e ha oscurato l’apocalisse annunciata. In questi giorni si svolge l’ennesima commemorazione, con Rio+20, in memoria del temporaneo e effimero ripensamento degli uomini sui danni irreversibili dello sviluppo illimitato. Che perfino adesso non si ferma, non cerca vincoli o margini o equilibrio, cerca solo altri modi altrettanto dissipati, altrettanto avidi, altrettanto  accumulatori e moltiplicatori di beni e di rovina, in una hybris folle e cieca e ottusa, cui non si sottrae nessuno se pensiamo al massacro ambientale cui è sottoposta la Cina, chè il balzo prodigioso della potenza e della ricchezza ha avuto un costo ecologico devastante e ora il balzo indietro della recessione indurrà risparmi solo nell’ambito della tutela, provocherà ancora più tremende disuguaglianze, con ancora più formidabili impoverimenti delle risorse e ancora più dissipate rapine dei suoli e dei territori.

Si regna il buio su Rio mentre i riflettori e i microfoni si accendono sui salottini dei grandi dio sa quanto meschini, sulle telefonate degli inopportuni, sulla salvezza di beni che non si godono, non si mangiano, non si bevono, non si contemplano, non guariscono, non innamorano, non cantano, non sorridono.

Eppure l’orizzonte esistenziale delle nostre vite è dominato dalla crisi ambientale: non solo dai mutamenti climatici, che rappresentano  la minaccia maggiore; ma anche dalla scarsità di acqua e suolo fertile,  limitati nella quantità anche a causa del degrado della loro qualità, dalla distruzione irreversibile della biodiversità; dall’esaurimento del petrolio e degli altri idrocarburi (che sono anch’essi “risorse naturali”, anche se utilizzate prevalentemente per devastare la natura); dall’esaurimento di molte altre risorse, sia geologiche che biologiche e alimentari (il nostro “pane quotidiano”); dall’inquinamento degli habitat umani che riduce progressivamente la qualità della vita e delle relazioni interpersonali.

 

Volevano illuderci sulla potenza salvifica dell’argine posto dalle  scienze e dall’innovazione:  nuovi materiali; nuovi processi; nuove tecnologie.  È come pensare di risolvere una crisi sociale e morale mettendo i contabili al governo: anche se fosse possibile affrontare così una o alcune delle grandi questioni ambientali, è la loro interconnessione in un sistema unico e complesso a imporre un approccio globale. Come non è plausibile impiegare strumentazioni e procedure finanziarie  per movimentare produzioni e  crescita.

Scienziati di tutto il mondo, molto ascoltati se si parla di nucleare o di dottrine al servizio dell’iniquità economica,  insistono,  inesauditi e scherniti, nel mettere in guardia i governi che il tempo per evitare una catastrofe irreversibile che cambierà i connotati del pianeta Terra e le condizioni di sopravvivenza della specie umana è quasi scaduto.

Stampa e media non  dedicano alla minaccia di questa catastrofe già cominciata nemmeno un ventesimo  dell’attenzione dedicata allo spread. Eppure il terribile tuono sta rombando: il   nostro paese – ma anche il resto d’Europa – viene sconvolto sempre più spesso dal dissesto di interi territori, con morti e danni incalcolabili. Cielo (clima) e terra (suolo) si uniscono nell’annuncio della rovina  originata dall’incuria e dal profitto. Eppure  i cento fiori di cento piccole opere di salvaguardia del territorio (invece di una o dieci “Grandi opere” che concorrono al suo dissesto) saprebbero invece prevenire. Eppure lavorare alla tutela e al ripristino dell’ambiente condorrebbe a creare lavoro e a ripristinare legalità.

Eppure … eppure la cultura ambientale, che ridotta ormai a disciplina della sopravvivenza, è fuori dall’agenda politica e dal loro orizzonte, prima di tutto quello economico, se  oltre a contribuire a salvarci dai disastri, rappresenta un’opportunità unica per difendere e promuovere l’occupazione e per salvare impianti, competenze e capacità produttive di imprese che ogni giorno vengono chiuse, vuoi per delocalizzazioni, vuoi per crisi di mercato, vuoi per speculazioni selvagge.

Piove troppo poco in luoghi assetati e piove troppo dove il territorio è più vulnerabile, pare che anche  il diluvio universale cominci con le differenze più disuguali. E ormai una rivoluzione, anche ecologica, è l’unico  salvagente.

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