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Rispunta la legge bavaglio di Silvio: ma ora tutti zitti

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Licia Satirico per il Simplicissimus

Mentre la collega Fornero inciampa nel conteggio ingrato degli esodati, l’infaticabile Paola Severino tiene banco nei due rami del Parlamento: a Palazzo Madama approdano i disegni di legge su corruzione e responsabilità civile dei giudici, a Montecitorio si parla ancora una volta di falso in bilancio e intercettazioni. Le antiche ossessioni dell’ex premier non sono mai state discusse tanto alacremente, con concreta possibilità di traduzione in legge entro la fine dell’estate.
Torniamo quindi a parlare di bavaglio: di quello stesso disegno di legge meditato da Alfano sul testo meditato da Mastella, ibrido mostruoso tra i sonni inquieti del delfino senza quid e quelli vischiosi del feudatario di Ceppaloni. Sia chiaro: qui non si tratta proprio dello stesso impresentabile testo caro al Pdl, ma della sua variante severinamente modificata, in una versione demo presentata dalla Guardasigilli ai partiti prima della discussione in aula.

Tre le novità rispetto alla bozza Alfano, scongelata prima del torrido caldo estivo dagli uffici legislativi di via Arenula. La prima riguarda il divieto di pubblicare anche solo “per riassunto” gli atti di un processo fino al dibattimento. La seconda prevede la reclusione da sei mesi a tre anni per chi pubblichi gli ascolti dei terzi non coinvolti nel procedimento penale. La terza contempla multe salatissime (da 2000 a 10000 euro) e l’arresto fino a trenta giorni per chi decida di pubblicare conversazioni destinate al segreto fino allo svolgimento del processo. Momentaneamente “graziato” l’editore, non più sottoposto a sanzione pecuniaria.
Fin qui le indiscrezioni trapelate sul bavaglio ai cronisti. Nulla sappiamo ancora su portata e limiti del bavaglio alle indagini, ma lo stato dei fatti non induce all’ottimismo. Il bavaglio al diritto di cronaca giornalistica sarebbe imposto da quella privacy cui, secondo Daniela Santanché, avrebbero diritto anche i boss mafiosi. Questi i termini con cui Paola Severino esprimeva, sul Messaggero del 6 giugno del 2008, la sua opinione sulle intercettazioni: «la prassi di estendere le intercettazioni a ogni momento ed aspetto della vita privata, la costante elusione del segreto investigativo, la gara alla pubblicazione in anteprima di brani di conversazioni del tutto prive di rilevanza penale, la ricerca irrefrenabile di aspetti solo scandalistici in vicende giudiziarie, generano una sconfinata voracità di notizie “private”, in un circolo vizioso che travolge qualunque forma di tutela della riservatezza».

La privacy avrebbe certamente impedito all’opinione pubblica di conoscere la vicenda Ruby e le sue grottesche implicazioni politiche: la privacy che turba il Pdl, disturbato dalla forza evocativa con cui la Minetti ha descritto le flaccide terga del suo mentore e forse anche dalla divulgazione delle risate degli imprenditori travolti da gioia notturna per il business del terremoto dell’Aquila.
Quello della Guardasigilli è un elegante bavaglio in perle, non meno costrittivo di quello pensato dal Pdl. Le indagini sui fenomeni corruttivi e sulla criminalità organizzata si reggono in buona parte proprio su intercettazioni telefoniche e ambientali: una loro restrizione avrebbe effetti disastrosi, ben più dello smantellamento della concussione che Palazzo Madama si accinge a discutere. Per la cronaca, il ministro la pensa diversamente. Sempre sul Messaggero del 6 giugno 2008 leggiamo che «i dati relativi al numero di intercettazioni telefoniche disposte dalla magistratura evocano una serie di considerazioni, non limitate al semplice piano finanziario che pur evidenzia già di per sé un rilevantissimo costo, pari al 33 per cento delle spese di giustizia. Un ulteriore costo, sotto il profilo dell’efficienza, sta nella perdita di capacità nell’utilizzo di tecniche investigative “tradizionali”. L’uso disinvolto ed estesissimo di questo mezzo di ricerca probatoria genera un appiattimento ed una assuefazione ad avvalersi di esso, a scapito del ricorso, a volte più faticoso ed impegnativo, a strumenti di indagine classici, come la prova testimoniale e la prova scientifica».

È dunque la spending review che ce lo chiede: le intercettazioni costano troppo e limitano l’intelligenza investigativa, accantonando le prove scientifiche a vantaggio di noiosi, interminabili ascolti. Attendiamo fiduciosi che la scienza ci fornisca delucidazioni decisive sul dna di concussori e mafiosi. Nel frattempo esprimiamo arrabbiati delusi combattivi l’insofferenza a ogni mistificazione imbellettata da privacy e da efficienza organizzativa: a ogni bavaglio, foss’anche in pura seta, alla libertà di informazione e alla giustizia.

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