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Sobrio colpo di mano: via al processo breve

Ecco cosa dicevano del processo breve le e opposizioni politiche e giornalistiche. Oggi solo silenzio

Licia Satirico per il Simplicissimus

Una volta la parola “pacchetto” evocava prospettive gradevoli: si pensava, d’istinto, a un regalo, a un gesto d’affetto, a una sorpresa. Ora, invece, tende ad assomigliare moltissimo al sostantivo “pacco”, ma nella sua accezione deleteria di impostura e raggiro. Il varo del pacchetto crescita ne è l’ultima conferma: mentre tutti erano distratti dalla prospettiva fantascientifica della chiusura dei cantieri della Salerno-Reggio Calabria entro il 2013 (e comunque dopo la profezia Maya), tra le misure di crescita è stato introdotto in silenzio il processo breve. La novità, oltretutto, è intrinsecamente ossimorica: ciò che è breve non cresce e non arreca di per sé un vantaggio al Paese se si traduce nella negazione occulta dei diritti di giustizia.

Come anticipato dal Simplicissimus due settimane fa, il “processo breve” è stato varato in una formulazione non dissimile da quella pensata dal precedente esecutivo. Il “pacchetto giustizia”, chiuso come una matrioska nel “pacchetto crescita”, prevede la chiusura dei processi civili entro sei anni per tutti i gradi di giudizio e un filtro ai mezzi d’impugnazione per limitare gli appelli e i ricorsi per cassazione: un modo per sincopare il processo ben prima del termine massimo dei sei anni. Paola Severino ha illustrato – o scartato – il pacchetto nella conferenza stampa seguita al Consiglio dei Ministri: «il filtro all’appello, in cui un giudice singolo valuta se un appello è palesemente inammissibile, è una ricetta abbastanza semplice, che coniuga la necessità di assicurare garanzie con quella di snellire i processi». Secondo il ministro, il provvedimento avrà la possibilità di incidere, nel tempo, su una percentuale molto elevata di procedimenti.
Ancora una volta, è l’Europa che ce lo chiede: il Consiglio d’Europa impone all’Italia di tagliare i tempi della giustizia, richiamandola all’ordine. La Guardasigilli precisa in proposito che la legge Pinto, sulla durata “patologica” dei processi, sarà parametrata su un termine massimo oltre il quale il cittadino dovrà comunque essere rimborsato in misura proporzionale all’entità del ritardo accumulato.

Beninteso, il rimborso per i processi di durata “patologica” è cosa buona e giusta, ma esiste già da tempo e non per merito della Severino. Altra questione è stabilire che un unico giudice debba decidere del destino di un processo, del diritto all’appello e delle sorti del contenzioso. In base a quali parametri si valuterà se un appello è palesemente inammissibile? Se il filtro è umano e non giuridico, affidato alla discrezione di una sola persona, l’arbitrio è dietro l’angolo. Alla durata patologica del giudizio potrebbe presto affiancarsi ben altro tipo di diniego di giustizia, ancora più perentorio.
Tra tagli alla durata dei processi e tagli dei processi, la giustizia italiana non si sente tanto bene. Il baratto parlamentare sul ddl anticorruzione si sta presentando come un compromesso bipartisan di basso profilo, con nuovi rilanci peggiorativi: il Pdl vuole cambiare ancora il disegno di legge al Senato, inserendo nel “pacchetto-consenso” anche la responsabilità (in)civile dei giudici. Monti difende il testo approvato dalla Camera dicendo che «si tratta di norme molto importanti per l’attrattività dell’Italia», chiamando in causa persino l’emiro del Qatar che non investe in Italia per colpa della corruzione dilagante.

Sarà, ma l’Italia non pare molto attrattiva neanche coi nuovi pacchetti cosmetici sponsorizzati dal ministro della giustizia: i processi per concussione agli imputati eccellenti saranno geneticamente modificati, i processi piccoli saranno ammazzati dai giudici perché ce lo chiede l’Europa, i processi grandi non saranno più celebrabili da magistrati intimiditi da richieste di risarcimento danni.
Qualcosa in Italia è cresciuto di sicuro: il nostro disincanto, la nostra rabbia per un’amministrazione diseguale della giustizia all’insegna della celerità, della modernità, dell’efficienza. E qui sta l’impostura più grande del nostro esecutivo: cercare di convincere che gli investimenti valgano più dei diritti, che la libertà travolga le tutele, che la giustizia efficiente sia solo quella veloce.
Mentre aspettiamo che l’emiro del Qatar venga a investire i suoi capitali sulla Salerno-Reggio progettando una Calabria Saudita con oasi di servizio e centri commerciali da capogiro, ci chiediamo con una certa ansia cosa troveremo nel prossimo pacco.

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