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Malagrotta, malambiente, malaffare

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Stavolta ce lo chiede l’Europa, ma al governo non gliene importa un fico secco. Come per l’immigrazione, come per le misure anticorruzione.

Ieri alle 16,   il commissario all’emergenza rifiuti di Roma, prefetto Sottile, dopo un incontro con la governatrice del Lazio,Polverini, ha ammesso candidamente: “Penso proprio che prorogherò la discarica di Malagrotta. Non so per quanto, il minimo indispensabile. Non è facile dire quando la discarica di Pian dell’Olmo entrerà nella piena operatività”.

“La nuova discarica comunque sarà provvisoria, ha aggiunto,  perché la Regione dovrà poi attuare il suo piano rifiuti. Per parte nostra faremo indagini approfondite,   perché la  tutela della salute del cittadino è prioritaria rispetto al resto”. Intanto però prolunga il regime speciale di Malagrotta e indice la gara per consolidare la provvisorietà di Pian dell’Olmo.

Vi ricordate quando un pagliaccio ci faceva vergognare perché faceva le corna nelle foto ufficiali, raccontava barzellette scollacciate e dava della culona alla Merkel? Adesso i pagliacci non fanno ridere, ma fanno vergognare lo stesso. Risale al 2010 il richiamo della Commissione europea a proposito della discarica di Malagrotta,  uno dei più grandi siti d’Europa di trattamento dei rifiuti, alle porte di Roma.

Dopo il richiamo siamo arrivato all’ultimatum. Con un “parere motivato” approvato il primo giugno dall’esecutivo Ue, si impone alle autorità italiane di mettere in regola le discariche del Lazio – e in particolare quella “romana” – applicando le norme comunitarie sul pretrattamento dei rifiuti solidi urbani. Il diktat prevede anche il limite di tempo: «due mesi» per rispondere e conformarsi alle norme europee sul trattamento dei rifiuti destinati alla discarica di Malagrotta.

In caso contrario, la Commissione aprirà  il contenzioso nei confronti dell’Italia chiamando in causa la Corte di giustizia dell’Unione europea.  Quando Bruxelles aveva “messo in mora” l’Italia aveva chiesto spiegazioni sulla gestione di Malagrotta, ma le risposte non avevano convinto.

E non c’è da stupirsene: quella discarica era in fase di esaurimento e avrebbe dovuto essere chiusa il 31 dicembre. Ma  secondo quell’acrobatica tradizione del ceto dirigente italiano – rovesciare decisioni scomode e responsabilità sugli altri, penalizzare cittadini e territorio, pagare penali all’Europa, dissipare denaro pubblico e favorire imprenditori discutibili – con  un ridicolo balletto durato un anno, la regione non ha voluto trovare un accordo con le amministrazioni locali, ha chiesto al governo di intervenire, il governo ha nominato un commissario inadeguato, lo ha dimissionato, lo ha sostituito con un altro, quel Sottile che come nel gioco dell’oca è tornato alla casella di partenza: opzione su Pian dell’Olmo, ma intanto si proroga Malagrotta.

La cosa straordinaria è che in questo teatro delle parti, in questa grottesca sceneggiatura, i veri rifiuti sono le leggi, le regole, i rapporti fiduciari, le competenze e la credibilità delle autorità italiane. La direttiva europea stabilisce che i rifiuti devono essere trattati prima di essere interrati e cioè sottoposti a processi fisici, termici, chimici, o biologici, con l’intento di ridurne il volume o la natura pericolosa, per facilitare  il trasporto e favorire il recupero. L’esecutivo europeo –  e non ha torto –  teme che nelle discariche del Lazio i rifiuti non siano né saranno trattati in modo adeguato, anche per via di quello che chiama il nostro “deficit di capacità” di gestione corretta dei rifiuti prodotti: le strutture di trattamento sono inadeguate a fronteggiare il volume formidabile di  126.891 tonnellate all’anno nella provincia di Latina e l’oltre    milione di tonnellate all’anno nella provincia di Roma.

La  Commissione europea sospetta che «un rilevante quantitativo di rifiuti venga e verrà interrato senza subire un adeguato pretrattamento», insomma che seppelliamo le nostre vergogne, come spazzare la polvere di casa sotto il tappeto.

E lo credo:  ogni anno  le manovre finanziarie (da ultima quella del governo Monti) hanno permesso di derogare alle Direttive europee e di perseverare diabolicamente nel sotterrare i rifiuti non trattati in discarica (il cosiddetto “tal quale”).

Per carità possiamo dire di aver raggiunto un certo miglioramento:  oggi, oltre il 30 per cento dei rifiuti che arrivano a Malagrotta  non sono preventivamente trattati, mentre nel  2010 erano addirittura l’80 per cento.

Ma sempre fuori legge siamo. E lo saremo, perché con una dissennata coazione a ripetere  il  Piano Rifiuti del Lazio  propone una  “scenario di controllo”, secondo il quale “potranno essere autorizzate ulteriori capacità di trattamento per il rifiuto indifferenziato e di termovalorizzazione” qualora non si raggiungano gli obiettivi previsti dalla legge sulla raccolta differenziata, qualora cioè  non si riesca a gestire in maniera legale il ciclo dei rifiuti.

Alle richieste rivolte a brutto muso  dal ministro Clini:  “perché nella capitale non si riesca a fare quello che si fa in altre capitali europee, ovvero differenziata, recupero dei rifiuti e recupero energetico, ma anche altrove, in Italia se  il comune di Salerno, per esempio, è riuscito a passare, in un solo anno, dal 14 per cento al 50 per cento nella raccolta differenziata dei rifiuti ed anche Napoli in pochi mesi ha compiuto notevoli progressi”, la Polverini non sa o no vuole rispondere se non sibilando, à la manière dei ministri in carica, di cattive abitudini dei cittadini, maleducati e  riottosi.

Certo molto ci sarebbe da dire sulla civiltà della Polverini o del susseguirsi di commissari che dopo aver proposto un sito sostitutivo di Malagrotta a 800 metri in linea d’aria da Villa Adriana e sopra una falda di captazione dell’Acea, ripiega su un ventaglio di nomi altrettanto improbabili:   dai siti militari di Allumiere, Torre Astura e Castel Madama (sui primi due, guarda un po’,  insisterebbero vincoli di carattere paesaggistico) fino a Pian dell’Olmo,  nel XX Municipio di Roma, sul quale vige invece un  altri tipo di vincolo, quello “tecnico”.

Non si fida l’Europa, ma  non si fidano nemmeno i cittadini, che non vogliono i rifiuti nel loro cortile ma nemmeno in un sito che potrebbe allagarsi: è l’Autorità di Bacino del Tevere infatti che  dichiara  la località prescelta “a grave rischio esondazione”. Senza contare che anche la capacità di  Pian dell’Olmo è destinata a un rapido esaurimento: ha un potenziale inferiore a  ottocentomila tonnellate di rifiuti, ovvero quello che Roma produce, ai ritmi attuali, in circa un semestre.

La farneticante Polverini per un anno ha sproloquiato dichiarandosi “indisponibile a firmare proroghe per Malagrotta” e altrettanto tenacemente ostile a accettare “una soluzione che mantenga un monopolio privato in città”, riferendosi a  Monti dell’Ortaccio, Riano e Pian dell’Olmo,  tre siti peraltro indicati proprio da lei e tutti e tre di proprietà  del patron di Malagrotta, Manlio Cerroni,  diventato “monopolista”,  grazie all’assenza delle politiche delle autorità competenti che negli ultimi decenni non sono stati in grado di creare un sistema alternativo di smaltimento dei rifiuti a Roma, sostituendo l’ineluttabilità della discarica con la raccolta differenziata.

Difficile non essere maligni: i rifiuti più sono sporchi e più emanano sorprendentemente un profumo, quello dei soldi, che attira quella combinazione tossica e maligna di  criminalità, malaffare, corruzione, quelle alleanze opache di consorzi, municipalizzate, amministratori locali, funzionari, imprenditori, soggetti di controllo tutti festosamente intenti a trasformare spazzatura in ricchezza e il  territorio in schifezza.

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