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Diversamente clown

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Il circo non mi è mai piaciuto, nemmeno da bambino. Mi metteva tristezza con quegli enormi tendoni in mezzo al fango, la pista rotonda e sabbiosa, il sentore di animali in gabbia e gli esercizi di abilità che non riuscivo a distinguere molto dai balzi delle tigri spelacchiate allo schiocco della frusta. Nemmeno  i clown mi piacevano, non mi strappavano il sorriso come agli altri: dentro ci avvertivo una disarmonia crudele che uccideva l’innocenza e l’ironia. E mi pareva che la biacca e i nasi rossi, le scarpe enormi i vestiti arlecchineschi  non fossero altro che un modo buffo per mascherare giochi spietati e una certa deprimente idea della vita.

I clown mi angosciavano. Anzi mi angosciano e non li collego mai al riso e men che meno al sorriso. Del resto anche la lingua lo esprime e quando diciamo pagliaccio raramente pensiamo al suo correlativo oggettivo, l’uomo con la pallina rossa al naso, ma a qualcosa che esprime l’inadeguatezza dell’ essere al dover essere, la frattura tra il comportamento e le parole, la finzione della realtà sostituita da un’astrazione che la simula.

Per questo non posso fare a meno di considerare il pagliaccio come una categoria psicologica, una delle forme più alienate di esistenza e non come un mestiere. Non mi faccio confondere dalle apparenze seriose, dalle movenze stilé o dalla presunzione della posizione e del sapere: si può essere pagliacci in molti modi. Si può essere estroversi nell’esprimere la propria esplicita finzione oppure simulare compostezza per nasconderla o ancora introiettare la propria bugia fino a renderla verità.

In ogni caso il pagliaccio è in qualche modo costretto ad inseguire la realtà secondo le mosse del gioco, a rivoltarsi dentro le sue bugie e il vuoto creato dalla sua alienazione. Così può accadere che la mattina dica una cosa e nel tardo pomeriggio un’altra. Che alle dieci conforti i suoi uditori dicendo che gli eurobond ci saranno presto e alle sei di sera che il cammino e lungo e poi bisogna vedere cosa ne pensa Berlino. Che un mese dica sì a una discarica addossata a uno dei più significativi siti archeologici del Paese e poi faccia marcia indietro, sacrificando un prefetto. Che un giorno apra la prospettiva della precarietà anche nel pubblico impiego e contemporaneamente prometta soldi per la precarietà. Che un giorno sorrida ad Hollande e gli faccia capire che sta con lui e la mattina dopo dica la stessa cosa alla Merkel.

Il fatto è che quando un pagliaccio vive dentro una tragedia, la tragedia per esempio della realtà che si ribella alle proprie astrazioni, che è incompatibile con le concrezioni ideologiche rinsaldate da soldi e frequentazioni amicali, non ha mai la grandezza che potrebbe servire a Shakespeare, non ci sono coreuti che accompagnano il suo dramma, ma ondeggia come il pennino del sismografo di fronte piccole verità e grandi bugie convincendosi che l’infingimento sia necessario. E sapete è davvero triste dover abbandonare il tendone di questo enorme circo dopo l’esibizione dei clown, ritornare i mezzo ai sentieri di fango. Ma almeno si capisce che avere una speranza è una verità illuminante.

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