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Ricostruzione? Rivolgetevi alla Lego

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Con una tempestività ammirevole il terremoto ha fatto dell’Emilia il laboratorio sperimentale  per verificare l’efficacia delle nuove norme, che, in caso di calamità naturale, esonerano    lo Stato dal risarcimento dei danni subiti dai cittadini. In cambio, si prevede  l’imposizione di un aumento dei carburanti nelle regioni interessate, e la stipula di polizze assicurative “facilitate”  per provvedere  alla ricostruzione che, in pratica, sarà a carico dei cittadini coinvolti.

Pare che Vasco Errani, presidente della regione colpita, abbia audacemente chiesto la sospensione dell’Imu – sulle rovine – per chi ha avuto la casa distrutta dal terremoto. E il sottosegretario Catricalà ha rassicurato che valuterà l’ipotesi, insieme a quella del  temporaneo rinvio  del pagamento dei contributi alla derogabilità al patto di stabilità.

Si il governo  non intende “estraniarsi” – ha detto proprio così rivolto agli intemperanti postulanti – ma  “anche questa deroga ha bisogno di una copertura finanziaria. Faremo i nostri conti, ha promesso,  e   solo successivamente si dovranno trovare altre modalità  per trovare i finanziamenti per la ricostruzione degli edifici: ma di questo  ne parleremo con gli uffici del ministero dell’Economia”.

Se fossimo più “zen” ci chiederemmo se è una disgrazia. Non il terremoto per carità, ma la siderale distanza del governo, l lavarsene le mani più o meno pulite, la delega ai cittadini “che si arrangino”.

Che il prossimo che cita i cinesi e Churchill (in cinese la parola crisi è composta di due ideogrammi, il primo significa appunto problema ma il secondo opportunità) personalmente lo prendo a schiaffi, e con lui anche l’Ocse, che a proposito dell’Aquila, nel presentare uno dei documenti più banali, antistorici, a-scientifici e infine offensivi della cultura e della civiltà, ha voluto dimostrare che il problema terremoto significa l’opportunità di fare della città una metropoli moderna e innovativa, anzi una smart city.

Mi auguro che se spericolatamente vanno a dirlo in Emilia, se sfrontatamente lo dicono a  Sant’Agostino o Finale Emilia si beccheranno un sonoro “vat ben a cagher “.

Smart city, città intelligenti, a parlarne all’Aquila nel mese di marzo c’è andato evidentemente qualcuno ignaro delle città e soprattutto dell’intelligenza. Sentite qua cosa si inventano Ocse e governo  per descrivere la spettrale catastrofe, l’apocalisse abruzzese, pronta a convertirsi a futuribile metropoli: “ L’analisi attuale evidenzia che L’Aquila, con i nuovi agglomerati suburbani , è oramai una città multidimensionale, in cui non esiste più la distinzione tra “interno” ed “esterno”. Una città totalmente diversa per struttura spaziale rispetto alla città medievale, perimetrata da mura e da porte di accesso. Una “città senza porte” che con la sua cintura periferica post-terremoto, con i suoi quartieri dormitorio e con i debilitati centri urbani limitrofi , è oggi di fatto fatalmente predisposta per diventare una grande ed innovativa nuova area metropolitana”. Eh si, vogliono tirar su dalle rovine la rivoluzione: “Una rivoluzione sociale dove la trasformazione urbanistica e tecnologica dovrà essere accompagnata da una trasformazione economica e sociale, da società della produzione basata su una fabbrica che non c’è più a società dell’informazione”.   Come non capire che questo è “il nuovo paradigma dell’open innovation,  ma che trasformare la conoscenza in innovazione industriale e territoriale, spetta alle comunità colpite”. Insomma come non bastasse essere stati colpiti dal terremoto agli abruzzesi e agli emiliani spetta anche di essere tramortiti dall’open innovation e dai suoi costi, economici e sociali, perché vista così sembra un’altra di quelle formule acchiappa citrulli  e di quegli eufemismi che si addicono   ai tecnocrati quando vogliono  prendere per il culo i cittadini più vulnerabili, insomma i diversamente italiani, avviati a essere tutti o quasi.

E infatti il vaniloquio da vecchio scompartimento ferroviario conferma l’impressione dell’estraneità alla cultura, all’urbanistica e denuncia anche   un basso Q.I. di intelligenza: è necessario “utilizzare moderne soluzioni architettoniche e ingegneristiche per modificare gli interni degli edifici con lo scopo di creare luoghi moderni destinati alla vita quotidiana, al lavoro e al tempo libero, conservando e migliorando allo stesso tempo le facciate storiche degli edifici. I requisiti architettonici possono essere incentrati sulla celebrazione del passato, vista come mezzo di costruire un futuro nuovo e sostenibile”, permettendo che   “venga modificata la destinazione d’uso” degli edifici, in modo che i proprietari siano in grado di  “modificare la struttura interna delle loro proprietà (in parte o in totalità)”.

 Perfino un maturando al liceo artistico dovrebbe sapere che esiste una cultura del recupero, che da più di mezzo secolo ha predisposto linee guida,  principi, procedure e regole per intervenire nei centri storici. Perfino uno studente al primo anno di architettura sa    che questa cultura è  un orgoglio italiano    che dall’Italia si è propagato   in Europa e nel resto del mondo? E l’Ocse e i professori non sanno che esiste un documento che si chiama  Carta di Gubbio,  approvato nel 1960 e che stabilisce per la prima volta e una volta per tutte   che i centri storici sono un organismo unitario, tutto “ d’importanza monumentale”, dove non è possibile o legittimo distinguere, come si faceva prima, gli edifici di pregio (destinati alla conservazione), dal tessuto edilizio di base (disponibile invece per ogni genere di trasformazione, come quelle che propongo Ocse e soci). Un governo, sia pure solo nominato non sa che i principi della  Carta di Gubbio sono recepiti  da una legge della Repubblica del 1967?

È che la corruzione prende tante forme. E c’è quella intellettuale e morale, che porta a introiettare i contenuti e i “valori” commerciali, del mercato, stabilendo il primato del profitto e l’egemonia del vantaggio privato sui beni comuni e gli interessi generali. È così che si è impoverita la cultura, irrisa perché non si colloca tra due fette di pane, annientata l’istruzione pubblica, umiliata in strutture e risorse umane, ferito il paesaggio, cui attentano futili e celibi opere faraoniche, brutalizzato l’ambiente e le risorse e con esso le scelte liberamente espresse dai  cittadini. Anni di consegna alla speculazione favorita per legge, anni di condoni, anni di licenze, anni di dissipazione rapace dei suoli,  hanno nutrito un clima ostile alla legalità e maldisposto alla pubblica bellezza, promuovendo una bruttezza privata, irrispettosa e aggressiva.

Si forse si nasconde un’opportunità in tutto questo: riprendersi la città ferita, riappropriarsi delle decisioni,fare da soli.

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