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Il dovere dei diritti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri a margine di una inopportuna esternazione di Bersani commentata qui da il Simplicissimus, ha preso forma un confronto sorprendente che conferma come per molti, compreso il segretario del Pd, i diritti universali in quanto tali piovano su tutti come l’omonimo diluvio, ed anche che questo sia in qualche modo iniquo, perché si dovrebbero invece meritare. E, peggio ancora, non si debbano di conseguenza difendere, sostenere, promuovere proprio perché continuino ad essere di tutti e per tutti, inalienabili e non negoziabili, proprio come i beni comuni. Le categorie dei diritti e dei beni comuni rimangono nebulose, se vengono affidate a una sorta di palingenesi sociale, affine a criteri di elargizione, di merito, di limitazione all’accesso, di intangibilità, che tanto nessuno ve li può togliere, nessuno li può limitare, proprio come si è pensato e purtroppo si pensa ancora delle risorse.

Deve essere successo qualcosa di tremendo, che sconfina negli iniqui territori del malinteso pragmatismo della “teologia economica” o perfino dell’invidia e del risentimento sociale, se è filtrata, fino a intridere anche l’opinione di persone mediamente illuminate, la convinzione penitenziale che invece si tratti di concessioni che si devono guadagnare, piuttosto che di certezze alla cui conquista hanno “lavorato” milioni di uomini prima di noi, che noi dobbiamo continuamente mantenere, difendere e consolidare, che altri dopo di noi dovranno con tenacia riconquistare.
Si un veleno terribilmente subdolo ha inquinato il rapporto tra mondo delle persone e mondo dei beni e del loro libero e equo godimento, da troppo tempo affidato alla logica del mercato, dunque alla mediazione della proprietà, pubblica o privata che fosse.

Penso che la libertà possieda una vocazione pedagogica..e l’abbiano anche i diritti. Per una volta non mi riconosco in Hannah Arendt quando dice che è meglio non abbiano a che fare con la libertà quelli che la temono. Perché ha a che fare con coraggio, potenza, autodeterminazione, responsabilità, come tutto quello che deve essere nutrito, amato, salvaguardato, respirato senza timore dell’altitudine, del troppo ossigeno, del troppo istinto e del troppo pensiero.
Così i diritti non possono essere suddivisi in segmenti o gerarchie e il loro godimento non può essere sottoposto a criteri che prevedano un accesso arbitrario, discrezionale, somministrato da una qualche autorità più o meno dispotica, più o meno laica, più o meno morale.

Come non dobbiamo tollerare che qualcuno ce ne imponga la rinuncia in nome di altre” esigenze”, di superiori necessità, dell’espiazione di peccato originali, ereditati o commessi, dell’assunzione più o meno volontaria di oneri in nome di future tutele per future generazioni, che danno le stesse garanzie dei derivati, così non possiamo accettare che il loro appagamento sia soggetto a una qualche forma di corresponsione. Acconsentire a questo significa assecondarne la mercificazione, per finire poi per approvarne la somministrazione dall’alto, la limitazione, la sospensione, prima ai danni di qualcuno che apparentemente non li merita, ma via via per troppi, tutti, salvo i privilegiati che ne hanno creato la forma improbabile e inafferrabile come quella dell’acqua.
Non si può transigere su questi principi, feriti dal vulnus alla Costituzione e ai capisaldi della nostra democrazia inferto ossessivamente in questi anni, dal fiscal compact, alle leggi ad personam, alle modifiche della regolamentazione del lavoro. Sono stati svuotati principi giuridicamente vincolanti, da noi e in Europa, laddove il “riduzionismo” per non dire il minimalismo economico, economico agisce contro i diritti fondamentali delle persone, contro i pilastri di fondazione, quelli che avrebbero dovuto sostenere il bellissimo edificio di una democrazia.

Questa peraltro è un’Europa senza una banca, senza popoli, senz’anima e anche senza giudizio, vessatoria e punitiva, tirannica e ottusa, tanto di aver deciso di essere anche senza democrazia se non le piacciono i diritti negati in Ungheria, sopraffatti in Paesi dove vengono puniti popoli a causa di poteri infedeli e governi incapaci. Certo una colpa l’abbiamo per averli eletti, non paghiamo quella di tenerceli, altrimenti non avremo più diritto ai diritti.

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