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Quieto vivere, inquieto votare

Anna Lombroso per il Simplicissimus

E’ uno strano gioco mondiale questo rimescolamento per cui un tassista pakistano su una macchina coreana percorre le vie di New York ascoltando a tutto volume lady Gaga da un iPod fabbricato in Cina. Queste comunità transnazionali hanno decretato una trasformazione dello spazio che avrebbe dovuto allargare la geografia pubblica, abbattere i confini della polis. Ma come dice Giddens “globalizzazione resta uno sgraziato termine passato dall’inesistenza alla onnipotenza”, la circolazione che doveva indurre di merci e capitali e conoscenza, sembra abbia prodotto solo un grande dinamismo di proliferazione di disuguaglianza. E non occorre essere dietrologi e complottisti per indovinare chi vuole dare un suo ordinamento, una regolarità senza regole a questo disordine nuovo, a questa sconvolta topografia che ha contribuito a determinare. Inducendo una sempre più siderale distanza una sempre più ostile separatezza tra poteri e cittadini, accusandoli di infantilismo, quando si impedisce loro di crescere, di populismo, quando cala il consenso il consenso del popolo, di dissennata dissipatezza, quando dopo averli spinti al consumo, li si costringe a un sacrificio che non dà profitto alle generazioni future.

È perfino banale dire che l’antipolitica l’hanno determinata loro, anche contro gli insipienti partiti quando non sono serviti più al disegno di occupazione del suolo pubblico, come d’altra parte gli Stati. E i partiti hanno favorito il distacco cruento a vedere i risultati elettorali: troppo ottusa è stata la protervia nella difesa di interessi corporativi e di parte, la tutela di micragnosi e miserabili privilegi. Ma pagano anche l’essersi abbandonati docilmente all’illusoria e menzognera convinzione che non avremmo dovuto scontare, tutti, questa crescita stupida e smodata, la dilapidazione di risorse cui fa da contrappunto inesorabile ed esosa avarizia di diritti e garanzie, che non avremmo dovuto espiare, tutti, l’impoverimento operato da pochi di cultura, sapere, cura, bellezza, conoscenza, democrazia, perchè tanto il progresso tecnico, la rete, le magnifiche sorti e progressive della modernità avrebbero saputo spostare sempre più avanti, sempre più oltre, i limiti dello sviluppo. E la sinistra deve, accidenti, se deve, emendarsi di essersi arresa a un modello di crescita che faceva crescere solo disuguaglianze e iniquità, considerandolo inevitabile, ineluttabile forse desiderabile, quanto ora ritiene fatale e irreparabile l’austerità, il “martirio” di molti per la preservazione di pochi.

Oggi osservatori, commentatori, testimoni privilegiati, gli stessi che si innamorarono del radicamento territoriale della Lega, che si incantarono delle sua ruspante immediatezza e integrità contadina, guardano con compiacimento gli uomini nuovi del movimentismo contemporaneo, ché loro sui fenomeni ci campano buoni o brutti che siano e se sono brutti tanto meglio, basta che siano pittoreschi, coloriti, folkloristici e se hanno poche idee e ben confuse, meglio ancora. Voluttuosamente li interpretano, decodificano, leggono, spiegano senza saperli, dalla loro enclave separata da noi ma contigua ai luoghi del potere alla cui ammissione aspirano anche quando tentenna. Noiosissima da ieri tra auspici e riti apotropaici la questione è se siano o no populisti, nazionalpopolari come la Carrà che in fondo comprendono meglio soprattutto quando canta, o qualunquisti. C’è perfino chi consulta la nipote di Giannini per avere inediti lumi. Ma i 5stelle non sono lui, il miliziano armato contro tutto e contro tutti. Mentre forse molti di noi, troppi, sono come gli italiani di allora quelli nei quali prevalse la collera, soprattutto in quell’italia profonda, grigia e gelatinosa, in quella parte di Paese che non aveva partecipato alla Resistenza perché preferiva aspettare per vedere come sarebbe andata, ma che a vicenda conclusa, si sentiva truffata dalla storia, dalle banche, dai partiti, dagli uomini al governo, dal fascismo e dall’antifascismo. Sono quelli che finora hanno placato l’appetito mangiando quel che arriva dalla distribuzione di piccoli e grandi privilegi ad personam; che in epoca di opulenza vivono accontentandosi di ciò che viene erogato benignamente e spesso illegittimamente sentendosi sempre vittime, mai responsabili. E che in tempi di carestia rivendicano la loro fame insoddisfatta. Sono loro che quando il sistema di cui direttamente o indirettamente hanno goduto i vantaggi, vacilla, allora con la protervia della propria sedicente innocenza – i guai li hanno combinati sempre gli altri – vogliono prendersi almeno un po’ di quella delega che hanno rifiutato, almeno un po’ di quel potere che avevano lasciato neghittosamente a altri, omaggiati, serviti, invidiati. E presto odieranno anche i nuovi: quelli tra loro che sono “emersi” presto saranno osteggiati, detestati, vilipesi, ma in silenzio, di nascosto, con ghigni dietro ai sorrisi di circostanza.

Con buona pace di alcuni attenti e illuminati politologi non vedo gran differenza tra fenomeni passati e fenomeni in corso. Il movimento fondato da Guglielmo Giannini nel dicembre del 1944 e durato fino alle elezioni del 1948, dileggiava le nascenti “virtù repubblicane”, mobilitando i vecchi vizi della pigrizia morale e del conformismo. Si nutriva dell’immobilismo avaro di chi non vuol essere “chiamato in causa”, dell’acre diffidenza piccolo-borghese nei confronti dell’azione pubblica: dava voce e parola alla massa di consenso che aveva sostenuto passivamente, per quieto vivere, per opportunismo e paura della storia, per atavico e inveterato rifiuto del contrasto aperto delle idee e della lotta politica, il fascismo, e che ora si proiettava come forza inerte nell’Italia repubblicana pretendendo di rappresentarne la continuità nella mediocrità, urlando e irridendo allo stesso modo in cui prima aveva taciuto e marciato.

Per questo c’è poco da aver paura dei 5stelle tra noi, ma c’è da aver paura di noi. O meglio di molti di noi, che mi sarei anche stufata personalmente di assumermi colpe e vergogne che non ho in nome dell’affetto per le moltitudini. E c’è da temere i manovratori più o meno occulti dell’antipolitica, il suo peccato d’origine che consiste paradossalmente, nel suo non essere tale, nel tentativo di sfruttare la protesta della gente comune contro la piaga del malgoverno per affidare al popolo il conseguimento degli obiettivi più punitivi, aggregare il consenso intorno a ideologie e misure che lo penalizzano.
Sarebbe ora che quella moltitudine decidesse di convertirsi a società civile, come tanti tentano di fare in Paesi cui abbiamo guardato con supponente sussiego, che trasformi in ”impegno collettivo” la mal mostosa protesta, che accendesse il fuoco della morale pubblica contro l’abbandono della democrazia e dei diritti, opponendogli il coraggio, il pensiero, le idee.

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