Lo strappo dell’Argentina

Ieri l’Argentina ha nazionalizzato la compagnia petrolifera spagnola Repsol, totalmente privata e il cui maggiore azionista è una banca, la Cassa di risparmio di Barcellona, anche se non manca parecchio capitale americano. La decisione è venuta perché il Paese sudamericano, dopo aver ceduto alla società spagnola, una ventina di anni fa, la compagnia statale che estraeva petroloio, si trova nella condizione di dover importare prodotti energetici per 10 miliardi di dollari all’anno, nonostante la presenza di importanti risorse in gas e petrolio.

Forse lo strappo è stato tranchant e precipitoso, probabilmente  venduto all’insegna di un nazionalismo un po’ demagogico, ma ci troviamo di fronte a un ennesimo caso di gestione privata di beni pubblici o strategici: la Repsol si limitava ad estrarre i suoi 470 mila barili al giorno, non curandosi di investire in prospezioni e nuovi impianti che consentirebbero all’Argentina non solo di essere autosufficiente, sul piano energetico, ma anche di diventare  esportatrice, anche se di piccola taglia. Perché spendere e scontentare così gli azionisti quando l’aumento dei prezzi garantisce comunque pingui profitti? E infatti Repsol si limitava a produrre i carburanti che restituivano il massimo guadagno, trascurando quelli agricoli – tanto per fare un esempio – che rendevano molto di meno.

La Spagna naturalmente si propone di reagire in diverse sedi, ma dalle dichiarazioni fatte dal ministro dell’industria, José Manuel Soria, si intuisce che il discorso ha implicazioni più ampie rispetto alla questione in sé: la nazionalizzazione infatti viene considerata “un gesto di ostilità contro la Spagna e il governo spagnolo”. Ora visto che la Repsol è completamente privata, spagnola solo per il maggior azionista che peraltro possiede il 12% ed è una banca, cosa c’entra il governo? In qualche modo c’entra   perché l’esecutivo Rajoy è quello che ha ricevuto il benestare dell’Europa e dei centri finanziari per introdurre la massima austerità possibile, la confutazione  dei diritti, la privatizzazione selvaggia e l’abbassamento dei salari. Dunque si profila uno scontro ideologico tra la nazionalizzazione argentina e il pensiero unico che nemmeno vuol sentire parlare di Stato salvo quando questo è un utile strumento di difesa del privato o della privatizzazione. E’ naturale che la mossa a sorpresa  venga interpretata come ostile al governo. Non a caso la protesta spagnola si indirizzerà, soprattutto verso la banca mondiale  che, assieme all’Fmi è il braccio armato del liberismo.

Allego il video della conferenza che la presidenta argentina ha tenuto a reti unificate per annunciare la nazionalizzazione: è facile seguirlo anche se ovviamente in spagnolo ed è molto esplicativo delle vere questioni che sono in campo. Non solo certo nel Paese sudamericano. E inoltre rappresenta un modello di comunicazione (dico comunicazione e non informazione) che da noi, abituati a governanti elusivi e politici delle frasi fatte è pura fantascienza

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