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Le banche governo occulto, parola di Monti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Le banche sono ormai una sorta di governo occulto”. No, non l’ha scritto Barnard, la frase è di Mario Monti – “In Italia più poteri deboli che forti. Banche governo occulto”, Corriere della Sera 4 maggio 2007, – mostra una sorprendente profetica lungimiranza e mette in guardia dal rischio antico, già contemplato da Nicolas de Condorcet che aveva individuato l’origine della crisi dell’ordine liberale e della libertà degli scambi del ‘700 nella trasformazione del denaro in potere politico, e del potere politico in influenza sui mercati.

Sembra paradossale che qualcuno, incurante della sua conversione acrobatica al primato della turbaeconomia, abbia affidato a un untore, la cura della peste. D’altra parte non sarebbe andata poi molto meglio con i partiti, anche loro modernizzati e globalizzato mediante una gioiosa consegna alle magnifiche possibilità offerta dalla finanza creativa.
Per carità io sono convinta che se la politica deve governare la complessità di un mondo sempre più condizionato dal mercato e dai poteri finanziari, deve entrarci dentro. Insomma non dovrebbe “sognare una banca sua” ma esercitare un’azione di sorveglianza, controllo e vigilanza in nome dell’interesse generale.

Invece soprattutto attraverso le fondazioni legate ai partiti, ma non solo, si è determinata un’abnorme e distorta saldatura tra potere politico e potere bancario: amministratori o tesorieri, ex politici diventati presidenti o consiglieri, bancari diventati tali grazie ad appoggi influenti, ora banchieri diventati politici: Acri (l’associazione delle fondazioni bancarie) presiduta da guazzetti già uomo di punta della DC, Monte dei Paschi (che l’ex presidente Sapelli definiva un sistema ingovernabile per la presenza di dilaganti conflitti di interesse) i soci variopinti delle Casse di Risparmio, per non citare Unicredit e Banca Intesa. In un sistema che ama i tecnici le banche fanno eccezione, dal caso noto di un urologo presidente di una fondazione passando per curricula ancora più sconcertanti tra i quali brilla un diploma di scuola magistrale, lauree in farmacia, ingegneria, con una certa predilezioni per imprenditori prestati al credito, forse non avendone goduto a sufficienza.

Nel paese dei paradossi gli organismi che dovrebbero essere più aperti e trasparenti sono quelli che hanno fatto dell’opacità e del “sottobanco”, un’arte. I partiti sono associazioni private pur vivendo dell’opinione pubblica, di soldi pubblici, di incarichi pubblici. Dovrebbero essere rappresentativi di bisogni e interessi generali e hanno dato enfasi e soddisfazione a necessità materiali della loro dirigenza e ai loro interessi personali. Il piede che hanno infilato dentro la porta girevole delle banche ha dato vita a un circolo vizioso, a un intreccio strettissimo e inquietante.
Il primo approccio alla finanza creativa è stato l’uso della cartolarizzazione, quel processo avviato da un decreto del governo Prodi secondo il quale le somme erogate o da erogare e ogni altro credito presente o futuro vantato da partiti o movimenti politici possono essere oggetto di operazioni di cartolarizzazione e sono cedibili a terzi”. Da quel momento i partito potevano cedere i loro giacimenti, i crediti dei rimborsi alle banche in cambio di moneta sonante. Proprio come non possono fare invece le imprese piccole o grandi che aspettano da anni il pagamento di commesse o lavori o incarichi da enti pubblici, regioni, comuni.

A Berlusconi questo regalo piacque, tanto che aspettò che i rimborsi elettorali per 105 milioni venissero riscattati da Intesa San Paolo prima di sciogliere Forza Italia. Si raccontò allora che le casse del partito fossero in grave sofferenza e che quell’operazione cadesse proprio a fagiolo. I fagioli furono un piatto ghiotto per molte organizzazioni e molte banche. Gli uni incassando un bottino in anticipo, i secondi acquistando a prezzi scontati crediti certi e esigibili per legge, non solo, ma gratitudine nella sottoscrizione di patti e alleanze di comodo reciproco.
Infatti quando non cedono i crediti o il loro patrimonio immobiliare, operazione nella quale eccelsero i DS, i partiti prestano la loro opera e i loro uomini alle banche, in modo che in un festoso “entrismo” decidano di fideiussioni, ripianamenti, mutui per il bene dell’azienda e per i beni personali.

Si la banca di partito è sempre stata un miraggio, di Fassino come di Bossi: “la gente ci dice prendete le banche e noi lo faremo”. L’hanno fatto direttamente o indirettamente, i leghisti certamente ma anche il Pd chè è un’aspirazione bi-partisan, se vanta 157consiglieri di amministrazione selezionati tra professionisti della politica.
Oggi la separatezza del governo e del ceto dirigente dai cittadini è giunta al punto di rottura, con una politica diventata pascolo recintato di professionisti e un governo al servizio dei poteri finanziari, uniti in un intreccio che sopravvive e si alimenta nelle disuguaglianze e nell’iniquità, se perfino Warren Buffet , uno degli uomini più ricchi del mondo, ammette che la crisi attuale è l’esito di un “grande saccheggio” del capitale che dura da trent’anni e che ora è avvinto in una rete di accumulazione avida e rapace che si avvita su se stessa.

La miserabile vicenda della Lega, ad esempio, non è riducibile a tesorieri infedeli o a cerchie cialtrone di parenti o affini: è l´espressione di una bancarotta della politica che trae origine dal suo complessivo degradare e dissolversi dal vincolo con la cittadinanza. Della truffa compiuta ai danni di un Paese che aveva abolito per via referendaria il finanziamento pubblico e che ha visto invece crescere a dismisura rimborsi ai partiti concessi senza alcuna documentazione, talmente esorbitanti da autorizzare investimenti in Tanzania e truffaldine dissipazioni private.
La politica, prima vittima di questo viluppo di corruzione e privilegi, è stata complice del suo suicidio. La salviamo riprendendocela.

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