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Quattro salti in passerella

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono velenosa nei confronti della Parodi, almeno quanto i suoi piatti confezionati con creme pronte, sfoglie surgelate, tagliatelle sotto vuoto, besciamelle in tetrapak. E non solo perché mi aspetto che in omaggio alla sua sfrontata smania di semplificazione peraltro molto governativa, ci propini nel suo prossimo bestseller lezioni sull’uso delle forbici per dissuggellare la busta del Sugo Pronto o di 4 salti in padella.
È che incarna il peggiore spirito del tempo. E lo testimonia dichiaratamente, trasformando in valori e virtù i peggiori vizi e difetti: ieri sera da un Fazio così dedito all’appiattimento e all’asservimento nei confronti dei poteri forti comunque siano, perfino quello del forchettone, ha fatto professione di fede della sbrigativa furbizia, solo apparentemente ininfluente o marginale. Nell’autobiografia italiana le “lasagne casalinghe” secondo Rana, condite con il ragù Barilla, irrorate della besciamella Chef e spolverate del parmigiano già polverizzato in adeguato barattolo, fanno il paio con gli esami acquistati e spacciati per veri della dinastia Bossi, ché sempre di meriti comprati e millantati si tratta.
C’è qualcosa di profondamente immorale, peraltro ben radicato e consolidato nella mentalità comune, nel contrabbandare qualità, pregi, doti non conquistati o maturati o esaltati, ma semplicemente presi dallo scaffale del supermercato, dall’università compiacente, da famiglie inclini a prendersi rivincite risentite e affrancamenti spregiudicati a pagamento.

C’è qualcosa di velenoso nei menu e nel successo di pubblico che accompagna queste performance, nella comprensiva indulgenza per il padre malato affettuoso ostaggio della famiglia, nella strizzata d’occhio per la commercializzazione degli espedienti imbroglioncelli che si trasformano in fortunato best seller. Per carità si vede che il successo di vendita arride agli apocalittici: negli Stati Uniti sbanca le classifiche il libro sulla fine del mondo il 28 maggio p.v., qui la fine del gusto e della buona cucina.

Ieri sera erano state messe a confronto due tipologie di acchiappa-citrulli, non saprei quale più bastarda. Lui, uno dei 50 cuochi più famosi al mondo, allievo di Gualtiero Marchesi, titolare del noto omonimo ristorante insignito con 2 stelle Michelin e 3 forchette dal Gambero Rosso, giudice della trasmissione Master Chef Italia su Sky, un creativo di quelli che hanno sdoganato il sifone per l’aria fritta e la fiamma ossidrica per l’acqua calda, inventore del tuorlo d’uovo impanato, uno schizzinoso di quelli che si comprano appezzamenti in Provenza per coltivarci l’estragon, altrimenti la sauce barnaise nemmeno la preparano, che sta in cucina come fosse un alchimista, sprezzante di appetiti e di bilanci domestici di noi comuni mortali. E lei ripescata da quella melliflua letteratura anni ’50, il diario Domus casa, l’enciclopedia della donna, i libri di Vanda Bontà, che insegnavano a far cucinare alla tata di mamma, spacciando all’ignaro marito i manicaretti confezionati spacciandoli per propri, che impartivano la didattica della cresta sulla spesa, che addestravano all’invidia con la pedagogia della concorrenza sleale tra sposine. In questo caso specifico la cuoca in tacchi a spillo proprio nello spirito del tempo, aborrisce la qualità, esalta l’approssimazione, punisce l’accoglienza, fustiga il gusto, penalizza il palato, ridicolizza l’affettività che si dispiega anche nella cura, nell’accudimento, nel prodigarsi in nome di memorie, tradizioni, di quegli archivi affettivi che hanno come teatro e come biblioteca umana le cucine, la circolazione amorevole dei segreti, i profumi, i sapori, i racconti, il “fare” insieme, la cultura delle donne.

Che è ben diversa e ben più civile della gastronomia dei “tecnici”, studiata per sorprendere, annichilire i desideri e farsi pagar cara, con le foglie d’oro adagiate sul risotto, il caffè trasportato dalla cordigliera nel sautè, il cacao dell’Iguassù nella parmigiana, per poi finire a imbandire panini nella catena commerciale più ostile al palato. Applichiamo la decrescita infelice ai loro insaziabili appetiti, può essere il tempo di zuppe mangiate intorno a un lungo tavolo di amici, di ricette tramandate e cucinate insieme a persone sodali, il tempo dei libri di poesie, dell’amore e del gusto della bontà.

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