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Il pranzo delle beffe

Licia Satirico per il Simplicissimus

Gruppo di governo in un interno. È una luminosa giornata di sole con cielo turchese, allietata da fiori nei giardini e sulle tavole apparecchiate. L’anima è rapita dalla primavera, giunta in tempo per consentire a Confcommercio di celebrare a Cernobbio, in un tripudio di pollini, il suo forum con un inedito parterre di tecnici e parti sociali. Seduti a tavola, dopo i tortelli di pesce e il rombo con verdure (lontani ma non troppo dall’austero cotechino di capodanno) Mario Monti e Susanna Camusso discutono amabilmente: ridono di gusto davanti a un’alzata in porcellana piena di biscottini, sotto gli sguardi indulgenti di Pierluigi Bersani e nonostante l’obliquità oculare di Angelino Alfano. Si discute del Milan: il segretario privo di quid annuncia nel sollievo generale che a giorni Berlusconi tornerà ad esserne presidente. Bersani arriva all’ultimo momento e si siede discosto, schivo, perfino imbarazzato. Poi sorride, sentendosi quasi a suo agio. Il premier e la segretaria della Cgil parlano dell’impermeabilità del parlamento alla vita sociale del Paese: la Camusso insinua, Monti smentisce. Amabilmente, s’intende: l’atmosfera è sempre più rilassata, come se l’articolo 18 fosse stato solo un brutto sogno. Come se, da un momento all’altro, dovesse materializzarsi il Cappellaio Matto a cristallizzare l’improbabile idillio: «it’s always six o’clock now».

Repubblica è oggi ricchissima di dettagli leggiadri sull’evento. Eugenio Scalfari definisce le tensioni tra governo e sindacati come “simbolismi contrapposti”, pericolosi al punto da scatenare in passato guerre mondiali. Poi la caduta di stile: la contrapposizione tra i simbolismi rischierebbe di trasformarsi in una disputa su chi ce l’ha più lungo.
A noi sembra che sia finita a tarallucci e vino, con buona pace delle contese falliche di sapore leghista. Ci sono immagini simbolo, devastanti come gli incubi peggiori. Per questo il pranzo di Cernobbio turba tanto: rende come poche altre cose il senso della nostra impotenza rispetto al già deciso, al già sacrificato, al non evitabile. Le discussioni sulle modifiche all’articolo 18 assumono la consistenza amara della pantomima da morte annunciata, dando tutto un altro tono sia al rifiuto montiano di incursioni, sia alle calme rimostranze di Bersani sulla monetizzazione dei licenziamenti “economici”. Il modello americano, il modello tedesco e la sollecitazione europea cedono di fronte al modello conviviale. Il tutto ricorda cose già viste, specie negli ultimi giorni: le foto su Twitter dei vertici di maggioranza, le affermazioni sprezzanti di Elsa Fornero sulla pasta al pomodoro come minimo etico dei paesi dal clima mite, il bombardamento semantico sulle noie da posto fisso. Tutto è già scritto in perfetta continuità col governo precedente: ce lo chiede l’Europa, dobbiamo incentivare gli investimenti stranieri, occorre uscire dalla recessione con provvedimenti sulla crescita.

Si cresce dunque di più se si licenzia di più? Gli economisti sostengono il contrario. La Costituzione va molto oltre, quando dice che la nostra è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Ben lontana da tecnicismi giuridici involuti, la Carta del ’48 insiste su tre concetti fondamentali oggi in crisi esistenziale. La natura della nostra democrazia è mutata sino a svuotare il parlamento del suo ruolo rappresentativo. Le Camere si sono appiattite sulle esigenze dell’esecutivo, grazie a un sistema elettorale delirante e a una classe politica che ha sovrapposto res pubblica e res privata.
Finora restava saldo solo il caposaldo del lavoro: del lavoro come diritto, come garanzia di dignità e crescita sociale della persona, come base della vita familiare e di relazione. Lavoro come tutela, come forza vitale della democrazia che su di esso si fonda. Meglio, si fondava. La riforma del mercato del lavoro è stata approvata “salvo intese” da svilupparsi dopo le amministrative: ma le immagini conviviali di Cernobbio rinviano piuttosto a larghe intese, ben più allettanti dei piatti di pasta al pomodoro temuti da LaFornero.

Anna Lombroso ha scritto sul Simplicissimus che i governi liberisti sconfinano nel fascismo perché ripudiano la concertazione, svuotano le rappresentanze e minano l’edificio dei diritti costituzionali. Le immagini di Cernobbio suggeriscono concertazione apparente, rappresentanze svuotate e diritti precari (quindi esclusi anche dall’assegno di disoccupazione). Il tutto è scandito dalla pedante inflessibilità della ministra del Lavoro: Fornero al ministero pianta despota il suo vessillo nero sull’articolo 18. Il resto prosegue tra fiori e risate, come in un pranzo qualsiasi.

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