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La riforma dei tecnocretini

I giorni che stiamo vivendo mi ricordano irresistibilmente un lampo di Ennio Flaiano: “oggi anche i cretini si sono specializzati”. Perché se c’è un tratto specifico della riforma del lavoro che in questi giorni viene imposta al paese, non è che sia inutile, non è che sia ideologica, non è che sia controproducente e nemmeno che sia il cavallo di troia per distruggere lo stato sociale. E’ tutte queste cose insieme, ma è principalmente e soprattutto cretina. Il frutto marcio di un Paese e di una classe dirigente marcia.

Viene venduta, come avviene spesso con i cibi avariati, dentro confezioni bugiarde comprate ai discount dell’intelligenza: la riforma dei giovani contro i vecchi, protezione estese a tutti ( quando in realtà si tratta di platee molto piccole), senza piani o finanziamenti per l’ aggiornamento, insomma tutta la paccottiglia della vulgata neoliberista. Però oltre a essere un inganno è anche la spia di una mediocrità di pensiero che fa impressione.

Si dice di voler passare dalla tutela del posto del lavoro a quella del lavoratore, idea quanto mai infelice in un momento di crisi, dove le due cose spesso coincidono, ma è del tutto evidente che il lavoro di cui si parla è un lavoro “povero” non solo nei salari, ma anche nella quantità di conoscenza e di sapere che vi viene immesso. L’idea della flessibilità, del cambiamento ogni po’ di anni del posto del lavoro, dunque di tutele che devono passare dal posto ai lavoratori, era stato uno dei must degli anni ’90 e dei tardi anni ’80. Era la sbronza della società postindustriale alla quale si accompagnava l’idea, profondamente contraddittoria, che il lavoro manuale sarebbe stato sostituito via via da uno più evoluto e intellettuale. Strano che nessuno abbia sottolineato l’incompatibilità pressoché totale di queste due narrazioni che tuttavia confluivano nell’idea complessiva del nuovo capitalismo.

E’ evidente però che più cresce la specializzazione e la competenza, meno il lavoro può essere flessibile, meno facilmente si possono acquisire nuovi  know how.  Questo trova riscontro in numerose ricerche svolte in Usa che dimostrano come la mobilità sul lavoro decresca man mano che si alza il livello dell’attività e la competenza necessaria a svolgerlo. Negli anni 90′, al netto della variazioni di ragione sociale, scorpori o fusioni, la maggiore stabilità si è avuta nel campo dell’informatica di “basso livello” (significa esattamente il contrario di di ciò che sembra) vale a dire quella che riguarda la programmazione con linguaggio macchina e la progettazione di architetture di microprocessori, poi in quello delle costruzione aeronautiche e ancora del mondo universitario. Ai bassi e bassissimi livelli invece la mobilità è stata sempre più evidente fino a diventare selvaggia.

Ma se questo non fosse ovvio e non fosse dimostrato, abbiamo il chiarissimo esempio delle economie forti d’ Europa: tengono i sistemi in grado di sfornare prodotti sofisticati e di alto valore aggiunto che richiedono a tutti i livelli molto apprendimento e molta competenza. E anche un senso di dignità del lavoro da noi sconosciuto. Sarà un caso che in Germania c’è la cogestione sindacale delle aziende e noi abbiamo i padroncini delle ferriere la cui unica prospettiva non è stato il prodotto, non il processo di prodotto, non l’innovazione, ma i bassi salari e le basse tutele?

E’ per questo che la cosiddetta riforma del lavoro oltre alle bugie, oltre alle servitù di cui è palesemente al servizio, nasce pure cretina, cieca, frutto di idee invecchiate e di contraddizioni che non sono volute affrontare, buona per un’economia subalterna. Lo specchio degli omini che l’hanno prodotta.

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