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Salvare Silvio da Ruby? “Lo chiede l’Ocse”

Licia Satirico per il Simplicissimus

Sarebbe paradossale che il salvacondotto per il processo Ruby giungesse in dono a Berlusconi dalle sollecitazioni internazionali da lui così a lungo ignorate. Fatto sta che ora se ne sono ricordati tutti: Angelino Alfano, Paola Severino e persino Massimo D’Alema nel suo bicamerale, sfingeo distacco. L’uomo che non dice qualcosa di sinistra sostiene che “è l’Ocse che ce lo chiede”, più o meno in base allo stesso principio oscuro per cui è l’Europa che ci chiede sacrifici. Donatella Ferranti, capogruppo del Pd in Commissione Giustizia della Camera, afferma che i processi non saranno messi a rischio e che il dibattito sull’abrogazione della concussione sia nato prima del caso Ruby. Non si tratterebbe dell’ennesimo provvedimento ad personam, ma solo di un’oziosa coincidenza: un po’ come discutere se sia nato prima l’uovo o la gallina. Fonti vicine alla Guardasigilli rassicurano: la normativa sulla concussione starebbe attraversando “una fase di studio”, per verificare se possa essere assorbita, per un verso, dall’estorsione, e, per l’altro, da nuove fattispecie di corruzione per induzione e di abuso di funzioni. Non si tratterebbe quindi di una depenalizzazione, ma solo di un normale avvicendamento di leggi penali.

Sin dai remoti tempi del varo della Convenzione di Strasburgo contro la corruzione, ratificata in prima lettura dal Senato pochi giorni fa dopo tredici anni, l’Italia subisce in effetti le sollecitazioni dell’Ocse e del Greco: non stiamo parlando di un cittadino europeo a rischio di default, ma del gruppo del Consiglio d’Europa che vigila sulla corruzione. Il nostro ordinamento dovrebbe allungare i tempi di prescrizione (sforbiciati da Berlusconi nonostante la Convenzione di Strasburgo), prevedere le nuove fattispecie di traffico di influenze e di corruzione tra privati, punire con un reato autonomo il pubblico funzionario che si metta sul libro paga degli imprenditori e premiare, invece, il “pentito” che collabori alle indagini. L’abrogazione dell’attuale disciplina della concussione avrebbe però carattere eminente: pare che non se ne possa fare a meno. Il più grave dei delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione sarebbe una sorta di superfetazione, ridondante per la sovrapposizione con l’estorsione e tuttavia incapace di disciplinare efficacemente i casi di mazzette “ambientali”.

Questo è uno strano periodo storico: ci sono politici che preferiscono passare per fessi discettando su case acquistate da ignoti filantropi e pelose cozze colpose. Ce ne sono altri che invece pensano che i fessi siamo noi, pronti dopo vent’anni di berlusconismo a credere alle coincidenze o agli improvvisi scrupoli di un Paese in cui la corruzione dilaga come non mai. I tecnici, diversi dai politici, danno veste giuridica all’impostura.
Un premier che, qualificandosi tale, telefoni in questura perché una minorenne fermata per furto venga affidata irritualmente alle cure di una consigliera regionale onde evitare incidenti diplomatici con zii apocrifi commette una concussione per induzione mediante abuso della qualità, oggi prevista dall’articolo 317 del codice penale. Questa specifica condotta non rientra, a rigore, in alcuna delle norme che dovrebbero sostituire l’attuale concussione: non è estorsione perché la sollecitazione non è minaccia, non è corruzione perché il questore ha subito la pressione di Berlusconi senza ricavarne alcun vantaggio. Ma non è nemmeno abuso di funzioni, perché l’ex premier si è limitato a strumentalizzare il suo status per fare una richiesta indebita. La rimodulazione della concussione ritaglierebbe quindi uno spazio di impunità creato su misura per il processo Ruby, che rischia di arenarsi perché il fatto, per una legge posteriore, non costituisce più reato.

Che sia intenzione o mera coincidenza poco conta: in questo momento ritoccare la concussione è una manovra assolutamente inopportuna, e pazienza se – come ricorda D’Alema – ce lo chiede l’Ocse. Del resto, ce lo chiede da tredici anni e finora non ci è importato assolutamente nulla. L’Ocse ci chiede da anni tante cose, senza costrutto: chiede all’Italia di investire nella cultura, nell’istruzione, nella ricerca, nella bellezza.
Ripensare l’etica pubblica perché lo chiede il Paese e non l’Ocse sarebbe una prospettiva intrigante. Ridisegnare limpidamente il sistema penale, abbandonando per sempre la tentazione delle leggi ad personam sarebbe una sfida accattivante, politica e tecnica: sarebbe un modo per rendere più bello questo luogo, accontentando anche l’Ocse. Camus scriveva che la bellezza non fa le rivoluzioni, ma viene il giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei. Abbiamo bisogno di bellezza. E pure della concussione, ancora per molto tempo.

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