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I pataccari del welfare

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Una paccata di miliardi. Ma in realtà solo due per il nuovo massacro del lavoro che tuttavia, per salvaguardare il pudore di quegli stessi che lo firmeranno, viene chiamato nuovo welfare. Paccate di bugie e di impotenze, tonnellate di afosa e sobria idiozia. Poco più che un’elemosina  data più che altro per salvare la faccia di sindacati e di partiti di “sinistra”. E’ abbastanza avvilente dover ripetere continuamente le stesse cose, in un Paese che avvilisce costantemente la sua dignità e la sua conoscenza. Quindi mi limiterò a riassumere cosa si intenda per welfare in Europa, che pure non è certo un’Europa di sinistra.

Germania. 

Chi perde il posto di lavoro ha per 18 mesi (o 24 dopo i 58 anni)  una cifra che si aggira dal 70 all’ 80 per cento dell’ultimo stipendio. Per le famiglie con due figli dove entrambi i genitori  lavorano  il reddito viene comunque integrato fino a raggiungere la cifra di 1756 euro al mese. Se dopo i 18 mesi o i due anni la persona non è riuscita a trovare lavoro, subentra il regime chiamato Hartz 4: esso assicura una fisso di 359 euro a persona più la copertura dei costi di affitto e di riscaldamento. Se ci sono figli interviene un assegno familiare di 215 euro per ogni figlio fino ai 6 anni di 251 euro dai 6 ai 14 anni e 287 euro dai 14 ai 18 anni. Attualmente usufruiscono dei sussidi  circa 3,5 milioni di disoccupati e 6,7 milioni dell’ Hartz 4, dei quali 2 milioni da 0 a 18 anni). Da notare che l’assegno di disoccupazione raggiunge i due anni per gli ultracinquatottenni, perché in tal modo possono facilmente accedere alla pensione senza tagli eccessivi: In Germania infatti si perde appena lo 0,3% del trattamento pensionistico per ogni anno di anticipo. Andando in pensione a 60 anni, si ha un assegno inferiore di appena il  2,1% rispetto ai 67 anni. E’ fin troppo ovvio che nessuno arriva davvero a quell’età, come forse la signora Paccata Fornero non sa. Ma comunque potrebbe farsi un po’ di conti: il solo assegno temporaneo contro la disoccupazione costa allo Stato circa 37 miliardi. Più una cifra ancora maggiore per l’Hartz 4.

Francia.

La Francia go C’è il salario minimo garantito che va sotto il nome di Revenue de solidarité active (Rsa) che va ad aiutare chi, con più di 25 anni non lavora oppure ha un salario molto basso: un single senza figli né entrate può percepire 466 euro al mese e chi guadagna 500 euro può averne 215 di aiuti. Per quelli che hanno lavorato almeno 122 giorni negli ultimi 18 mesi, e non hanno lasciato volontariamente l’impiego, c’è il sussidio di disoccupazione che dura due anni e va da un’iniziale  70%  degli ultimi tre stipendi fino  al 50%  per stimolare alla ricerca di un nuovo lavoro. Naturalmente finiti i due anni subentra la Rsa.

Gran Bretagna.

  Chi lavora meno di 16 ore a settimana, o non ha un lavoro ma dimostra di cercarlo attivamente, percepisce fino a un massimo di 67,5 sterline a settimana e un contributo per l’alloggio o per i figli se necessario. Ma mano che si guadagna di più con il lavoro scende l’entità del sussidio. Ah, nota per la gentile signora Paccata: la work esperience, l’unico apprendistato non retribuito, dura un massimo di tre settimane, non tre anni. Gli stage vengono retribuiti solitamente con 600 sterline nette al mese.

Danimarca.

 Il lavoratore licenziato, percepisce un assegno da parte dello Stato pari all’80-90% del suo stipendio per quattro anni, sempre non rifiuti le proposte di lavoro adeguate alla proprie competenze. Urban Ahlin, esponente dei socialdemocratici danesi, dice che il modello sociale adottato dal governo mira a salvare le persone piuttosto che i posti di lavoro, investendo, anziché sulle aziende che rischiano di finire fuori dal mercato, “sulla formazione dei lavoratori per orientarli verso nuovi settori”.

Spagna 

Dopo un anno di contributi versati  in caso di perdita del posto lo stato subentra con il 70% del’ultimo stipendio per i primi 6 mesi, dopodiché la cifra scende al 60%  fino a due anni. Altri tipi di contributi sono organizzati dalle regioni. I contratti a tempo determinato non possono durare più di 6 mesi, rinnovabili fino a un massimo di 12 mesi consecutivi

 

In tutti i casi citati lo stato si fa carico di eventuali  corsi di aggiornamento e adeguamento professionale in alcuni casi, come quello della Germania, pagando le spese anche se le nuove competenze richiedono di essere acquisite  all’estero. Quindi anche senza citare i casi welfare ricchissimi come quelli di Svezia e Norvegia, questo piccolo quadro ci dice alcune cose importanti: la prima è che comunque i lavoratori vengono considerati come una risorsa. La seconda è che il welfare  si basa su tre gambe, senza le quali non può essere in equilibrio e svolgere le sue funzioni. La prima gamba è quella assicurativa-contributiva variamente pagata da lavoratori e aziende ( ma in molti Paesi non obbligatoria) che interviene con i sussidi temporanei. Poi c’è quella  “dedicata” alla reimmissione nel lavoro e che comprende oltre ai servizi di ricerca, tutta la filiera della riqualificazione e infine c’è quella assistenziale generale che si occupa delle aree di povertà o di esclusione tradizionali, ma che oggi riguarda molti lavoratori espulsi in età matura.

Ciò che davvero manca al welfare italiano sono proprio le ultime due gambe: una spesso abbandonata a un selvaggio corsificio destinato a sostentare un ceto poco competente, parassitario se non apertamente truffaldino e la seconda del tutto inesistente e finora lasciata al welfare familiare o a una gestione personalistica e politicante. Abbiamo cioè uno stato sociale confuso e monco, sempre da realizzare e mai davvero affrontato. E che oggi viene definitivamente cancellato, mentre contemporaneamente si precarizza de lege il lavoro e si diminuiscono le tutele per la disoccupazione. La volontà dichiarata di allargare il benefici – presentata con l’artificio retorico di aiutare i giovani – si risolve in una sorta di pourboire generalizzato funzionale solo alla sottoccupazione.

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