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La Camusso nel tunnel

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“La nostra posizione favorevole alla Tav l’abbiamo espressa al congresso: il Paese ha un disperato bisogno di investimenti. Dopodiché sarebbe meglio avere regole su come si decide. E comunque va ricostruito il dialogo: è impensabile fare i lavori per anni con la valle contro”.
La posizione della segretaria nazionale della Cgil dimostra che a volte il buonsenso sconfina nel ma- anchismo veltroniano, ma soprattutto che pure gli insospettabili precipitano nell’abisso della consegna alla cosiddetta necessità ineluttabile e nell’altrettanto ineluttabile rinuncia a immaginare alternative al peggio, magari l’appena un po’ meglio.

Che in questo caso, senza essere utopisti di professione o i visionari per vocazione, potrebbe voler dire che lo stato, su cui ricadranno i costi delle improvvisazioni contabili e di un projecti financing impraticabile, (quella si un’utopia o uno dei tanti trucchetti neo liberisti, impraticabile per la invincibile ritrosia delle imprese e dei possibili finanziatori privati a investire e spendere preferendo i giochetti d’azzardo della speculazione finanziaria) si fa imprenditore di politiche e interventi nei servizi pubblici, nell’assistenza, nell’istruzione e nella formazione, e nella realizzazione di opere utili, movimentando i capitali sottratti alla speculazione all’evasione e al malaffare e creando occupazione.
Colpisce che proprio chi dovrebbe avere a cuore gli interessi del lavoro, fatti di qualità, valori e garanzie, si pieghi all’immutabilità del paradigma liberista, si adatti all’inadeguatezza della politica, soggiaccia all’intoccabilità del capitalismo, denunci l’impotenza a pensare “altro” da quello che ci viene imposto dagli stessi che hanno dato luogo alla catastrofe, quei poteri forti, che Eichengreen chiama il “senato virtuale”, di fronte al quale i governi si sono inchinati, gli Stati hanno perduto democrazia e i popoli sacrificano garanzie e diritti.

Le grandi e pesanti opere, i tagli alle politiche sociali, il revisionismo delle relazioni industriali, la precarietà arbitraria denominata flessibilità si addicono proprio a quel senato virtuale, quello dei prestatori di fondi e degli investitori internazionali, che continuamente sottopongono a giudizio, anche grazie agli instancabili trucchi delle agenzie di rating, le politiche dei governi nazionali; e che se giudicano ”irrazionali” tali politiche – perché contrarie ai loro interessi – votano contro di esse con fughe di capitali, attacchi speculativi e misure illusionistiche a danno di quei paesi e in particolare delle varie forme di stato sociale. Da improbabili prestigiatori si sono trasformati in truccatori di cadaveri, incipriando l’abisso greco col belletto dello swap o commemorando il risveglio italiano, morto prima di nascere, con le interviste su una stampa annichilita e sorniona.

Lo so sono brutte immagini quelle che vengono alla mente, suscitate dalla neghittosità della resa incondizionata a un liberismo senza alternative e a una fatalità senza scampo. Il capitalismo ha mostrato di non sapersi auto regolare, questi governi d’altra parte preferiscono le licenze alle leggi, le deregolamentazione, o la sregolatezza, alla libertà, all’iniziativa mitigata dalla legittimità.
E chi esercita critica e si esercita su altre possibilità, occupazione, redistribuzione della ricchezza, eutanasia del rentier, socializzazione dell’investimento, viene bollato di essere un disfattista e un bolscevico, proprio come quel comunista trinariciuto di Keyens o quel folle complottista di Krugman o peggio quell’anarco -insurrezionalista di Barnard.
Ma in fondo bastava rammentare al governo del presidente quegli studi economici troppo presto dimenticati dai tecnici, ricordare che la politica dei due tempi: risanamento prima e sviluppo poi, non è inefficace, è suicida. Basta imporre un re-indirizzamento di investimenti su obiettivi di interesse generale. Basta condurre una immediata e efficiente guerra all’evasione, alla corruzione, alla criminalità economica per mettere insieme un gruzzolo utile a finanziare politiche di crescita economica e sociale, e quindi dell’occupazione.

Altrimenti possiamo fingere che il trionfalismo delittuoso sulla Grecia e su di noi e su altri intorno, sia veritiero e realistico. Ma che salvezza è quella? Che sviluppo è quello? Che vita è quella? Che democrazia è quella, nella quale si congelano algide e imperiture disuguaglianze, conflitti sociali, risentimenti e disperazioni per le generazioni a venire, in cambio di un tozzo di pane? Perché le brioche possiamo scordarcele.

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