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Alfano, il quid pro quo

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Licia Satirico per il Simplicissimus

Dopo essersi pronunciato contro il “teatrino della politica”, Angelino Alfano dà spettacolo dal pulpito di Orvieto. Il segretario per investitura, senza infamia e senza lodo, cerca energicamente di trovare il quid in grado di evitare la disgregazione di un partito terrorizzato dalle elezioni amministrative, diviso tra invecchiamento del leader carismatico, inseguimento della Lega e Grosse Koalition. Il delfino dallo sguardo ittico ha rispolverato un cavallo di battaglia da tea-party per conquistare il mitico elettorato “di centro”: la deriva zapaterista da matrimonio gay. Angelino denuncia con toni allarmistici il nuovo fenomeno virale: «lo zapaterismo è un germe che rischia di attaccare valori che noi difendiamo, come abbiamo fatto con il decreto su Eluana Englaro, la difesa della vita sin dal concepimento, oppure i tanti no che abbiamo detto sullo scardinare la famiglia». Così, se la sinistra andrà al governo, consentirà il matrimonio tra persone dello stesso sesso e darà dignità giuridica alle coppie di fatto, «distraendo le forze migliori dallo sviluppo e dalla crescita».

Non riusciamo a capire come un matrimonio gay possa distrarre le forze migliori dallo sviluppo e dalla crescita: forse il segretario Pdl vede le nozze gay come certi matrimoni messicani, che possono durare giorni tra colossali bevute e qualche pistolettata. Forse Alfano vede davvero il Pd come una forza politica di sinistra, naturalmente deputata a battersi per i diritti fondamentali della persona a prescindere dalla loro “correttezza” istituzionale. La sensazione, però, è che anche la bordata anti-gay sia una studiata manovra distrattiva, prontamente accompagnata nelle ultime ore dal consueto anatema-refrain contro la magistratura politicizzata che osa criticare la sentenza Dell’Utri.
Se di provocazione si trattava, il Pd è caduto nella trappola. Bersani aggira la questione dei matrimoni gay, della bioetica e della tutela della famiglia per rimarcare i “toni da campagna elettorale”. Rosy Bindi, in un’intervista al Corriere della Sera, si premura invece di precisare che la parola “matrimonio” si addice alla sola unione eterosessuale, cui la nostra Costituzione darebbe la priorità. Tuttavia, il Pd “non ignorerà i diritti di tutti”: affermazioni sibilline che lasciano intendere ampie possibili intese con il famoso elettorato “di centro”, moderato e conservatore. Affermazioni che rievocano, in qualche modo, quelle della Pdl Stefania Prestigiacomo quando dice che il suo partito “non ha nulla contro i gay”, ma che i moderati si riconoscono nella famiglia e nel matrimonio come previsti dalla Costituzione: una frase che assomiglia, per certi aspetti, alla celebre battuta di Woody Allen “non ho nulla contro Dio, è il suo fan club che mi spaventa”.

Le prove generali di Grande Centro continuano sulla nostra pelle, a scapito dei nostri diritti e del significato delle parole. Anna Lombroso ha scritto ieri sul Simplicissimus che il matrimonio è diventato una sorta di apostolato contro il “laicismo militante”, già in passato indicato come manifestazione contemporanea dell’Anticristo (o di Zapatero, secondo gli uomini privi di quid). Nell’epoca della sospensione “tecnica” dei partiti politici, il matrimonio omosessuale resta l’ultimo vero tabù: i gay hanno diritti, ma non gli stessi diritti della famiglia “normale”. L’articolo 29 della Costituzione, strumentalmente chiamato in causa per dire ciò che non dice, parla però solo di “società naturale fondata sul matrimonio”. Cos’è la società “naturale” tra due persone? Quella fondata sulle diversità cromosomiche o sulla solidarietà parentale? Viene in mente l’opposizione tra natura e cultura cara a Rousseau: in natura l’uomo vive in una condizione di uguaglianza e di libertà, con la cultura è costretto alla disuguaglianza. La cultura, politica e tecnica, del nostro Paese è talmente intrisa di discriminazioni da occuparsi ormai solo delle persone più o meno uguali: imputati di serie A, cittadini di serie B.

Gli italiani – persino i moderati – attendono un partito laico che tuteli la persona e lotti per i suoi diritti fondamentali, che protegga il lavoro e garantisca equità in ogni campo: dai mercati alla giustizia, dalla bioetica all’economia. Angelino e le derive zapateriste non sono più inquietanti delle dispute su rango e dignità delle unioni gay o sull’ortodossia della morte, delle prediche papali sulla castità e dei certificati di buona condotta richiesti dalla Curia palermitana agli insegnanti di religione: di fronte alla nostra cleropositività la scienza è ancora impotente.

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