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I Terzi incomodi

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lo spocchioso Terzi, cui mi viene l’istinto di aggiungere Serbelloni Mazzanti Viendalmare, risponde piccato al Maroni che si chiede che ci faccia alla Farnesina uno così. “ L’ex ministro”, sibila, “ farebbe meglio a occuparsi delle vicende interne alla Lega e spiegare cosa sta accadendo a Milano, invece di distogliere l’attenzione parlando di vicende che non conosce”.
Ambedue testimonial dell’uso improprio, uno prestato da quel demi monde dei burattini in feluca, meno elegante e severo del dovuto se manda i figli a scuola con l’auto blu, l’altro dai dancing dell’espressione geografica padana, fan della perfida Albione solo quando è peccato veniale sparare sugli indiani, gareggiano nobilmente per rafforzare la convinzione che come si dice dalle mie parti “peso no xe mai morto” e che l’altrettanto improbabile Riccardi dovrebbe allargare la gittata dei suoi strali estendendola a politica, antipolitica e extrapolitica.
A guardar bene non si capisce se i partiti politici siano sordi e ciechi, oppure stiano sottoscrivendo lucidamente il loro definitivo divorzio dalla società. ma di sicuro con la società non si sono mai nemmeno fidanzati i tecnocrati vicari della decisionalità e del decisionismo partitico, quelli delle scelte impopolari che non piacciono al popolo ma soprattutto si muovono contro il popolo, competenti e efficaci solo nell’uso sapiente delle debolezze e della inaffidabilità delle èlite fallite e che ripetono come un mantra ormai stanco la loro retorica “pubblica”.

Le esternazioni mai casuali brandite come un’arma per umiliare i cittadini oziosi e infantili, l’osceno scherno su una tragedia sociale di proporzioni mai viste hanno già annunciato che i professori non solo confondono la realtà con i manuali di economia studiati con poco scrupolo nella loro giovinezza. Ma soprattutto che non hanno nessuna idea delle forme inedite e socialmente distruttive che ha assunto il capitale nel nostro tempo, tanto che dissennatamente ripropongono come rimedio alla disoccupazione la ricetta che ne è la causa principale, la dissoluzione delle regole e dei diritti, che loro chiamano la flessibilità e che da noi in particolare ha prodotto in 20 anni precarietà e crescente disoccupazione, soprattutto giovanile, stagnazione economica, decadimento delle infrastrutture civili e dei servizi dell’intero paese.

Ma all’Italia che brontola, protesta, ieri in tanti ma non abbastanza, contro i privilegi, le caste, Equitalia, i ministri con la pummarola ‘n coppa come li definisce il Simplicissimus, sembra sfuggire il legame strettissimo e tremendo tra lesione dei diritti e delle conquiste dei lavoratori, tra impoverimento dei valori di un lavoro ridotto a un barbaro collocamento, tra svuotamento della sovranità e della forza dello stato e del bene comune in favore dell’interesse privato e democrazia.
Senza fare i complottisti e senza chiamarlo golpe, che in giro è pieno di deboli di stomaco nauseati più dalle parole che dai fatti, è indubbia la tendenza secondo la quale l’esecutivo – governi e presidenti della Repubblica – hanno assunto un potere ed una preminenza sempre maggiore nei confronti dei parlamenti, il cui ruolo declina in tutti i Paesi avanzati proprio negli ultimi decenni.
Il decreto legge, ad esempio, si è affermato da noi come strumento privilegiato di legislazione tanto che come sostiene Agamben, “il parlamento si limita a ratificare i decreti emanati dal potere esecutivo. In senso tecnico, la Repubblica non è più Parlamentare ma governamentale.
Si dovrebbe preoccuparci che lo stato di necessità tanto conclamato confermi uno stato d’eccezione, che nella nostra epoca contemporanea tende “a far coincidere emergenza politico-militare con la crisi economica, stabilendo una implicita assimilazione fra guerra ed economia.

Peccato che questo non sia il New Deal realizzato attraverso la delega di poteri straordinari a Roosvelt, che, nell’assumere il suo incarico nella lotta contro la crisi del ’29, fece largo uso di un linguaggio da emergenza bellica, peccato che la guerra la stiano conducendo gli improvvisati comandanti in capo, contro i popoli, contro di noi. E anche contro la democrazia parlamentare se la nomina di Monti sospende il normale funzionamento della democrazia borghese formale. Monti non è eletto da nessuno, è nominato dal Presidente della Repubblica, prestato dal mondo della tecnocrazia, e la sua nomina a senatore poco prima del varo del governo è una foglia di fico che non vale a nascondere la sua nomina irregolare.
Infatti ormai si è dismessa la definizione di governo di salute pubblica,quanto mai inopportuna, perfino quella di governo tecnico, preferendole quella più congrua anche se estranea al linguaggio dei costituenti, di governo del Presidente, auspicio di un semipresidenzialismo un esecutivo che governa e un Parlamento che dormicchia.

L’onda lunga dell’antipolitica, alimentata ogni giorno da scandali e debolezze del sistema dei partiti, ma nutrita da sapienti burattinai, non deve celare un Paese pieno invece di voglia di politica, reattivo in forme né populiste né qualunquiste, quindi temutissimo dai partiti, che ne discettano nei talkshow che ormai i comizi non si fanno più, ma poi la tengono lontana, la trascurano, la criminalizzano, intenti allo scongiuro del “non cedere ai movimenti”, esorcismo testimone dell´immobilismo e dell´autoreferenzialità. Mentre invece quello che si muove intorno è l’humus della società che vuol tornare a essere civile, , che sta facendo ancora timidamente circolare pensiero e forse un po’ di azione intorno a tre ragioni di esistenza: i diritti fondamentali; i beni comuni e i servizi pubblici; i limiti alla licenza economica privata.
Si la strada è quella di un nuovo soggetto politico espresso da questa “società”, in grado di rappresentarla nella transizione dall’antipolitica all’altrapolitica.

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