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L’impari mimosa

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Licia Satirico per il Simplicissimus

Pare che l’otto marzo abbia determinato un fenomeno trasversale di saturazione: se Paola Concia auspica via Twitter un’era manichea di “cattive ragazze” contro l’insopportabile retorica della mimosa, dai microfoni di Radio1 Elsa Fornero è perentoria: “sulle donne si è scaricata molta della flessibilità cattiva, e noi vorremmo separarla da quella buona”. Ritorna quindi la curiosa associazione tra precarietà e colesterolo, con i medesimi dubbi terapeutici e una sola costante: la flessibilità dell’impiego femminile, tra la minaccia di dimissioni in bianco e i soprusi di altro tipo.

Non è da meno Annamaria Cancellieri: «le donne non hanno bisogno di quote rosa ma di asili nido, di aiuti per la famiglia e per sostenere il doppio peso che rende difficile la loro vita». Persino Licia Ronzulli, europarlamentare Pdl già nota per il contributo organizzativo alle attività ricreative di Villa Certosa, parla di festa inutile invece di scegliere un opportuno silenzio.
Tanto mi è bastato per riflettere profondamente sulla crisi di senso di questa festa apparente, che celebra la lunga lotta femminile contro la disuguaglianza. Stamattina percorrevo lo stesso marciapiede su cui pochi anni fa una ragazza è stata centrata alla testa da un proiettile esploso dal fratello, per vendicare l’onta di un figlio nato fuori dal matrimonio. Quella ragazza non è un caso isolato, frutto di semplice subcultura dell’onore: l’omicidio, anzi il “femminicidio”, è la prima causa di morte in Italia per le donne tra i sedici e i quarantaquattro anni. I dati della Polizia di Stato parlano chiaro: dal 2006 al 2010 sono state uccise 807 donne. Le vittime del 2012 sono già 137.

E la strage continua, in un Paese in cui la tutela della donna è ancora legata a una visione ancillare della figura femminile: il rito cattolico del matrimonio prevede, non a caso, la consegna della sposa dal padre al marito. Più o meno inconsapevolmente, la famiglia si sente ancora investita del diritto di vita o di morte sulla cosa. L’emancipazione femminile è vista come un convitato di pietra, certo non solo da quel Camillo Langone pronto a fornire la sua ricetta per risolvere la crescita zero: togliete i libri alle donne e torneranno a far figli. Togliete loro la capacità di pensare e torneranno docili e remissive, pronte a farsi “correggere” e a donare prole alla patria. La cultura cambia lentamente: solo fino a pochi anni fa la Cassazione riconosceva il diritto del marito di picchiare la moglie, con la stessa pacata indulgenza con cui oggi valuta la violenza sessuale di gruppo. La reificazione e l’emarginazione accompagnano la vita delle donne in ogni dimensione della loro esistenza, da quella mediatica a quella intima.

E allora insopportabile retorica è quella di trincerarsi dietro le strumentalizzazioni consumistiche per negare dignità a una celebrazione importante: sfrondiamola dei suoi troppi miti e riappropriamocene nel suo significato profondo. Le donne non devono riconciliarsi tra loro, ma col mondo: un mondo che non può più essere fatto di uomini e donne ma di persone con gli stessi diritti, nel rispetto delle diversità biologiche (che lo rendono oltretutto molto più interessante). Insopportabile retorica è parlare della tutela delle donne rifiutando di essere chiamate al femminile, cancellando dall’intelligenza ogni traccia della propria femminilità. Insopportabile retorica è commentare l’otto marzo senza aver spiegato come cambierà la tutela della donna sul lavoro, come si attuerà la politica dell’assistenza alla maternità e degli asili nido, come si realizzino le pari opportunità in un Paese impari.

Insopportabile retorica è pure la demonizzazione della mimosa: nel 1946 le rappresentanti romane dell’Unione Donne Italiane la scelsero per risparmiare, perché le rose invocate dalle femministe americane erano troppo costose. Nulla ci impedisce di celebrare le nostre differenze con fiori diversi, con un sorriso, con una parola: che non sia “festa”, però, perché la vera festa sarà il giorno in cui non avremo bisogno di feste per ricordare tragedie.

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